Lo sviluppo tecnologico sempre più veloce e gli effetti dell’AI sulle nostre vite richiedono all’umanità di interrogarsi sulle sfide che siamo chiamati a vivere, costruendo il nostro futuro. Nella Magnifica humanitas sono evidenziate due prospettive bibliche tra cui scegliere per la edificazione della nostra comunità globale: “Edificare Babele o ricostruire Gerusalemme” (Mh, 9). Da un lato l’immagine biblica della torre di Babele, dove l’opera comune è guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare e dall’altro le rovine di Gerusalemme, che sotto Neemia vengono ricostruite pezzo per pezzo, come opera di responsabilità condivisa.
La Chiesa pone un interrogativo chiaro: cosa stiamo costruendo nel cantiere della nostra epoca? E richiama l’importanza della scelta del progetto su cui lavorare e sullo stile da adottare per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è data in dono. “Babele e Gerusalemme rappresentano due modelli del vivere sociale: da un lato la pretesa di autosufficienza, dall’altro la cooperazione orientata ad un progetto condiviso. Per Papa Leone XIV è in questa seconda direzione che la tecnologia deve essere orientata, per edificare una convivenza più giusta e fraterna, senza essere ridotta a strumento di dominio” (Francesco Occhetta e Davide Maggi, Il filo nascosto – BUR Rizzoli, 2026).
L’AI rappresenta una risorsa per l’uomo ma richiede etica nelle scelte che portano al suo sviluppo, ponendo al centro la tutela della persona e la custodia del bene comune.
Nella Magnifica humanitas, Papa Leone evidenzia la necessità di evitare “l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” a quella umana. In primo luogo le IA possono imitare e simulare l’uomo ma non possiedono coscienza morale, empatia, capacità affettiva, relazionale e spirituale e non conoscono cosa sia la relazione, l’amore il lavoro l’amicizia e non si assumono responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze”. Pertanto bisogna approcciarsi all’IA in modo sobrio e vigile, mantenendo chiarezza sulle responsabilità di tutti i suoi passaggi (accountability) e puntando su politiche e quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti. Soprattutto c’è bisogno di un codice etico sottoposto a criteri di giustizia sociale condivisa, perché “non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi” (Mh, 107).
Nella costruzione della nostra casa comune, non sfugge dunque l’importanza di una disciplina normativa dell’intelligenza artificiale che tuteli la giustizia e i diritti fondamentali e riporti alla verità.
In Italia, la legge n. 132 del 2025 in attuazione e coordinamento con il Regolamento UE 2024/1689 (AI Act) affronta il tema dell’equilibrio tra l’innovazione dell’intelligenza artificiale e i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico che, improntati in una visione antropocentrica, prescrivono la personalità della giurisdizione. Di rilievo il principio dello human oversight secondo cui il giudice deve rimanere il protagonista del processo decisionale effettuando un controllo effettivo e sostanziale dello stesso. Questo principio diventa il fulcro del rapporto intelligenza artificiale e giustizia.
Conseguentemente l’AI deve essere concepita come strumento di supporto cognitivo e organizzativo della macchina della giustizia e nel nostro ordinamento non può essere ammissibile la c.d. decisione automatizzata perché viola i principi Costituzionali stabiliti agli articoli 24, 25, 101 e 111 Costituzione che sanciscono la personalità della funzione giurisdizionale, il diritto di difesa e la motivazione del provvedimento amministrativo e anche dei provvedimenti giurisdizionali, nonché in contrasto con il principio di non discriminazione, in quanto impedirebbe di verificare l’eventuale incidenza di fattori distorsivi o discriminatori nel caso specifico.
Sul tema è intervenuto di recente il TAR Marche, sez. I, Ancona, con la sentenza del 1° giugno 2026, n. 758 che ha delineato i limiti dell’impiego dell’IA nell’attività amministrativa. La sentenza richiama il principio emergente della “riserva di umanità” in base al quale non è esclusa l’intelligenza artificiale dall’azione amministrativa, ma la decisione finale, la valutazione dei fatti e la responsabilità dell’atto devono essere sempre riconducibili all’amministrazione.
Detto principio emergente è richiamato anche dalla pronuncia del TAR Lazio (sez. III-bis) che con la sentenza n. 1895 del 2 febbraio 2026 ha chiarito un punto fondamentale: la digitalizzazione dell’azione amministrativa non può tradursi in un affievolimento dei principi di imparzialità e buon andamento. Non deve, inoltre, sfociare in automatismi rigidi che sacrifichino la sostanza dei requisiti posseduti in favore di meri oneri formali di compilazione.
Al riguardo, l’art. 14 dell’AI Act evidenzia come la “sorveglianza umana” rappresenta uno dei requisiti essenziali per il corretto utilizzo dell’IA, rappresentando uno strumento del buon andamento che trova solide radici nel nostro ordinamento, in particolare, negli articoli 3, 24 e 97 Cost. i quali impongono il rispetto dei principi di uguaglianza, diritto di difesa e ragionevolezza e buon andamento dell’azione amministrativa e nella Legge n. 241 del 1990 sul procedimento amministrativo.
Il principio della prevalenza della sostanza deve valere, a maggior ragione, nelle procedure che prevedono l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale, contesti in cui non può essere pretermessa la riserva di umanità.
La sfida che l’intelligenza artificiale pone al mondo del diritto e della giustizia non si gioca dunque sul terreno della mera efficienza tecnica, ma su quello della tenuta dei nostri valori democratici e costituzionali. I principi di riserva di umanità e di sorveglianza umana non rappresentano un freno all’innovazione, bensì il perimetro invalicabile entro cui l’algoritmo può farsi alleato e mai sostituto dell’uomo.
Il futuro della nostra convivenza democratica dipende dalla capacità di governare il cantiere della transizione digitale, ricordando che la tecnologia deve rimanere un mezzo per valorizzare quella magnifica humanitas da cui trae origine, e mai un fine di dominio.