Carmelo Troccoli ha iniziato la sua esperienza lavorativa in Coldiretti nel 2002 come policy advisor presso la Rappresentanza Coldiretti alle Istituzioni Comunitarie a Bruxelles. È stato Segretario Nazionale di Coldiretti Giovani Impresa (2009-2018). Dal 2016 è Direttore della Fondazione Campagna Amica. Inoltre, è co-fondatore e direttore generale della prima coalizione al mondo di Farmers Markets.

Direttore, la sua famiglia ha un legame forte con il Venezuela, avete vissuto a lungo in quel paese. Quale ricordo ha del paese e del popolo venezuelano? Come ha visto cambiare il paese in questi anni?

Quella della mia famiglia è una storia strettamente legata al Venezuela. I miei nonni si trasferirono a Caracas subito dopo la Seconda guerra mondiale. Seguirono i miei genitori, zii e cugini. Tutti parliamo il castillano, mangiamo arepas, empanadas e conosciamo le parole di Alma Llanera. Un legame a cui mio zio Luigi, fratello di mia madre, ci obbliga quotidianamente, vivendo, unico ormai della nostra famiglia, ancora a Caracas e con cui sono in costante contatto. Quella della mia famiglia e la mia è una storia di amore verso un paese bellissimo. Ci ha dato tanto. Dobbiamo al Venezuela molto di quello che siamo oggi. È un paese con straordinarie bellezze naturalistiche: dai caraibi alla foresta amazzonica, dall’inizio della catena montuosa delle Ande all’oceano. Un paese ricco, dalle grandi ricchezze naturali, tra cui la più famosa è il greggio. Proprio il petrolio per decenni ha reso il Venezuela una nazione ricca e prosperosa. Ma il successo economico del paese fino agli anni ‘90 non si può limitare soltanto all’industria petrolifera. Il Venezuela ha accolto migranti da tutto il mondo, offrendo loro grande ospitalità e possibilità di intraprendere. Settori quali il turismo, i servizi, il commercio per tantissimi anni hanno fatto di questo paese una meta amatissima per chi voleva migliorare le proprie condizioni di vita. Chi è stato in Venezuela ha trovato un popolo cordiale, aperto, allegro e tenace. È la storia di un paese che per anni ha fatto dell’economia liberale e dell’accumulo della ricchezza una ragione importante della propria esistenza. Fino agli anni ‘80 superava di gran lunga, in termini di tenore di vita, la media dei paesi europei. Ma, allo stesso tempo, all’interno del paese crescevano disuguaglianze economiche, sociali e culturali. Le contraddizioni si facevano sempre più grandi: da un lato una società che viaggiava ai ritmi delle più grandi potenze industriali e dall’altro circa la metà della sua popolazione viveva emarginata ed isolata da ogni forma di partecipazione alla vita collettiva. La corruzione ha preso presto il sopravvento.

Che cosa è successo a questo punto?

È in questo scenario che si innesta il primo grande cambiamento: l’ascesa al potere della controversa figura di Ugo Chavez. Il Chavismo è stato un misto di riformismo, politico e sociale, che ha fatto leva sull’attaccamento dei popoli latino-americani alla figura de el Libertador Simon Bolivar. Tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio del nuovo millennio, il Venezuela ha sperimentato una leadership con sfumature tendenti alla giustizia sociale e al populismo. Una guida che aveva trovato ampissimo sostegno nelle classi più povere, mentre incontrava la riluttanza dell’oligarchia economica del paese ed era guardato non con poco interesse dal ceto medio che ne percepiva lo spirito riformatore. Si trattò di un periodo breve, ma di grandi cambiamenti. La leadership di Ugo Chavez si rafforzò in tutta l’America Latina, che guardava con favore alla crescita di governi di sinistra in tutto il subcontinente. Come spesso accade in queste circostanze, il potere è più forte delle buone intenzioni. Le riforme chaviste sono andate nella direzione dell’autoritarismo, del regime militare e paramilitare, della lotta contro i ricchi, dell’odiatissimo esproprio della proprietà privata, del populismo esacerbato. La scelta del suo successore andava proprio in questa direzione. Chavez sceglie come suo successore Nicolas Maduro. Ex autista di taxi ed autobus con una carriera politica di altissimo livello, ma non paragonabile al suo predecessore per cultura strategica, acume tattico, leadership e supporto politico. Dalla seconda fase di Chavez alla presidenza Maduro il Venezuela ha vissuto una fase dura della propria esistenza, dai contorni pesanti e bui. Si sono imposti autoritarismo, violenza, insicurezza pubblica (Caracas per molti anni è stata ai primi posti tra le città con più omicidi per abitante), mancanza di iniziativa privata, crisi economica, inflazione, insufficienza alimentare che hanno letteralmente svuotato il paese di giovani. Ad oggi la diaspora venezuelana è una delle più importanti dell’emisfero occidentale. A questo si somma la perdita di riconoscimento esterno e l’indebolimento delle relazioni diplomatiche. Da un lato, la scarsa estrazione di petrolio ha portato, negli ultimi anni, il Venezuela a diventare sia il paese con la principale riserva di greggio, sia anche quello che ne estrae meno. Dall’altro, gli esiti elettorali imposti con la forza e con evidenti brogli hanno indotto gli USA e i paesi europei a non riconoscere Maduro quale legittimo presidente, portando all’indebolimento e all’isolamento del paese dall’emisfero occidentale. Un’emarginazione solo parzialmente alleviata dalle relazioni diplomatiche con Russia, Cina ed Iran che, al contrario, con il cambio di rotta dei paesi dell’America Latina verso governi di destra (come nel caso dell’Argentina di Milei o del Cile di Kast della Bolivia di Paz o l’Honduras di Asfura) hanno peggiorato le relazioni nella regione e con gli USA dell’amministrazione Trump e del Segretario di Stato Rubio, vero uomo chiave della politica statunitense in America Latina.

La cattura di Nicolas Maduro e le dichiarazioni dell’amministrazione Trump hanno riportato in auge la “dottrina Monroe”, rivendicando l’influenza statunitense su tutto il continente americano. Oltre al petrolio, quali sono le risorse dell’area a cui gli USA sono maggiormente interessanti?

È evidente che l’amministrazione Trump ha riportato in auge la dottrina Monroe. Lo stesso Trump, con il suo corollario di 27 pagine alla dottrina, lo afferma con convinzione. L’intero continente americano è ricchissimo. Non solo petrolio ma anche gas, carbone, terre rare, oro, terre fertili per la produzione agricola e per la sicurezza alimentare dell’intero continente. Pare evidente che la nuova dottrina Monroe dell’amministrazione Trump si muova sulla duplice direttiva della sicurezza e della supremazia tecnologica ed energetica. Sin dal primo mandato di Donald Trump era chiaro che il presidente degli USA fosse scarsamente orientato a seguire quanti, preferendole fonti rinnovabili, credevano che fosse finita l’era delle energie fossili. Dopo la cattura di Maduro, in conferenza stampa, Trump ha affermato che da oggi in poi saranno gli Stati Uniti a vendere il petrolio venezuelano. Mi pare una chiara volontà a posizionarsi come leading traders del petrolio a livello planetario. In un mondo in trasformazione, il tema della sicurezza degli USA e di un nuovo equilibrio mondiale sembra evidente. In tale direzione vanno anche le dichiarazioni sulla Groenlandia. E per questo vorrei porre l’attenzione su una figura chiave dell’amministrazione americana: Marco Rubio. Nella conferenza stampa di qualche giorno fa, il Segretario di Stato ha sottolineato come il diritto internazionale interessi poco quando è in gioco la sicurezza nazionale e, inoltre, che siamo in presenza di un presidente che fa ciò che dichiara. Credo che liquidare queste affermazioni come improbabili sia un errore. A tal proposito mi sento di assecondare gli studiosi delle relazioni internazionali che evidenziano il ritardo e l’incapacità degli europei nel leggere il mondo con categorie diverse da quelle che per anni ci hanno visto al centro delle dinamiche mondiali e che oggi ci vedono relegati ad un ruolo moralistico e marginale. Per molti il ruolo dell’Europa si limita alla sua inadeguatezza a reagire, perché è impensabile ritenere che i paesi europei possano pensare di dettare l’agenda.

Lei è Direttore della World Markets Farmers Coalition, un network global che sostiene i mercati contadini. Tra i membri dell’alleanza c’è anche la Venezuelan Family Farming Association che promuove la agricoltura familiare e la tutela della bio diversità. Crede che i cambiamenti nei rapporti di forza tra Stati Uniti e i paesi dell’America Latina influenzeranno i progetti di cooperazione allo sviluppo nell’area? Se sí, come?

La World Farmers Markets Coalition è una giovane realtà che ha iniziato a muovere i suoi passi dall’esperienza italiana di Coldiretti e che ha oggi membri in tutti i continenti. Il cibo è, e diventerà sempre più, un elemento centrale delle relazioni diplomatiche del futuro e degli equilibri tra zone di influenza. Sono tanti, purtroppo, i paesi che vivono situazioni di insufficienza alimentare. Sebbene le tante dichiarazioni del governo del Venezuela sugli investimenti in agricoltura, la situazione del paese dal punto di vista dell’accesso al cibo è difficile. Con la World Farmers Markets Coalition stiamo lavorando per affermare la necessità di riformare il sistema globale del cibo per renderlo più giusto e più equo. Il mondo non ha mai prodotto così tanto cibo quanto ne produce oggi. Tra alimenti persi e sprecati, la FAO stima in oltre 2 miliardi di tonnellate l’anno il cibo che non viene utilizzato. Al tempo stesso, siamo molto vicini al miliardo di persone che vivono in condizioni di insicurezza alimentare. Bisogna ripartire da concetti quali il diritto alla sovranità alimentare di ogni popolo per ricostruire il sistema su basi diverse. La concentrazione della produzione e della distribuzione del cibo nelle mani di poche multinazionali non è più sostenibile ed è la causa dei maggiori problemi che affrontiamo quotidianamente, come i grandi flussi migratori, la perdita di biodiversità, e i cambiamenti climatici. È necessario restituire valore ai contadini in tutto il mondo, ridisegnando i rapporti e le relazioni tra aree rurali in abbandono e città super popolate. Rimettere al centro il rapporto tra uomo e “creato” nella produzione del cibo e abbandonare i percorsi che mettono insieme suprematismo tecnologico e produzione alimentare, che non fanno altro che acuire le contraddizioni in cui viviamo. Ma ritornando alla nuova dottrina Monroe, il nuovo e marcato interesse degli USA in tutta l’America Latina potrebbe spostare sicuramente ingenti aiuti alla cooperazione nell’emisfero sud. Gli Stati Uniti hanno più volte affermato la loro volontà di tagliare i fondi alla cooperazione multilaterale, un altro evidente segnale verso un cambio di prospettiva rispetto alla storia delle relazioni mondiali dal secondo dopoguerra in poi. Non sono convinto però che più finanziamenti verso il sud America significhino per forza migliori condizioni di sviluppo. Non basta dire “più cooperazione internazionale” perché questa porti per forza dei benefici.

A livello generale quale futuro vede per la cooperazione internazionale? In un mondo in fermento sarà ancora possibile raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dalle Nazioni Unite come l’obiettivo “Fame Zero”?

Oggi più che mai il mondo ha bisogno di cooperare. C’è bisogno che i paesi si aiutino. A tal proposito, penso sia giusto dire che l’Italia sta svolgendo un ruolo importante e molto interessante soprattutto nel continente africano. In linea generale, non amo i proclami e non credo di possedere conoscenze tali da poter affermare se gli obiettivi dell’Agenda 2030 saranno raggiunti entro la data della loro scadenza. Preferisco dedicarmi alle azioni concrete, quotidiane. Mi interessa molto di più lavorare affinché un giorno possiamo dire di aver contribuito a migliorare la situazione. È quello che proviamo a fare ogni giorno. Dall’esperienza che portiamo avanti in vari continenti, compreso nei tanti paesi dell’America Latina, ci rendiamo conto che oggi esistono tanti proclami che vanno nella corretta direzione, dichiarazioni giuste, obiettivi ambiziosi, accordi, convenzioni, piani, politiche e programmi. Anche tante risorse finanziarie. Forse è meno affollato il campo delle azioni concrete, quelle sul campo, piccole o grandi che siano, purché il loro impatto sia misurabile e porti risultati dove serve. Noi è qui che vogliamo e proviamo ad agire.