Il tempo sembra sospeso. Il campo visivo è aperto. Piccole figure umane attraversano il paesaggio dai colori sbiaditi. “Il mondo dell’uomo nelle mie immagini si rivela come un piano senza fine immerso in una sorta di luminosa lontananza sospesa nel tempo” si legge sulle pareti. Giovanni Chiaramonte, maestro della fotografia italiana, con il suo lavoro ha ridisegnato i contorni dell’immagine del paesaggio. A un anno dalla sua scomparsa, il Museo Diocesano di Milano gli dedica l’esposizione Realismo infinito, curata da Corrado Benigni. Una rassegna di 40 immagini, scattate dal fotografo tra gli anni ’80 del secolo scorso e i primi anni 2000, che percorrono l’Italia, l’Europa, l’America e il Medio Oriente. L’esposizione contiene anche un omaggio al contributo di Chiaramonte alla realizzazione dell’Evangeliario Ambrosiano del 2011. Una sezione della mostra è infatti dedicata agli scatti da lui realizzati su commissione della Diocesi di Milano.
Giovanni Chiaramonte (Varese 1948 – Milano 2023), conclusi gli studi filosofici, costruisce la propria estetica fotografica sul modello di Alfred Stieglitz e di Minor White, per poi radicarsi nella tradizione teologica ed estetica di H.U. von Balthasar e della Chiesa d’Oriente, incontrata in Pavel Nikolaevič Evdokimov, Olivier Clémente, soprattutto, nel regista russo Andrej Tarkovskij. Da questi autori deriva anche l’interesse di Chiaramonte per l’intreccio tra luogo e destino nella cultura occidentale, riconoscibile anche nell’esposizione. Nel 1981 insieme al collega Luigi Ghirri fonda “Punto e virgola”, cooperativa editoriale da cui prende il nome anche la collana Jaca Book che Chiaramonte dirige dal 1980 al 1989. Tra le collaborazioni editoriali si trovano anche quella con Federico Motta Editore, la SEI di Torino, Edizioni della Meridiana e Ultreya. Per molti anni Chiaramonte si dedica anche all’insegnamento. Nel 2005 l’Università di Palermo gli conferisce la laurea honoris causa in Architettura.
Il fotografo varesino ha saputo trasformare il paesaggio, l’elemento centrale della sua estetica, in uno spazio intimo di ricerca spirituale e poetica. Dalle vedute urbane, ai confini aperti del mare, tutto è ammantato da un senso del sacro e dell’attesa. “Per Chiaramonte non esiste un punto di vista preordinato per osservare il paesaggio – si legge nel comunicato stampa del Museo – pensa invece che sia un luogo suscettibile di differenti interpretazioni, le quali seguono le dinamiche dell’esperienza individuale. Il titolo, Realismo infinito, fa riferimento tanto alla linea dell’orizzonte, elemento centrale della fotografia paesaggistica, quanto alle molteplici possibilità rappresentative che ogni scenario reca in sé”.
Realismo infinito, con i suoi contorni sfumati e con la sua (solo) apparente semplicità, invita ad interrogarsi sulla natura della fotografia. Scrive Teju Cole nel catalogo della mostra: “C’è chi parla ancora del contrasto tra arte e fotografia […] questo punto sembra elidere una realtà auto-evidente: la fotografia, non meno del disegno e della pittura, è un’aggregazione di decisioni personali”. E ancora: “Quando guardiamo una fotografia, guardiamo ciò che il fotografo ha deciso di includere, ma anche l’assenza di ciò che è stato tolto dall’inquadratura”. Nella poetica di Chiaramonte è proprio il processo di spogliazione dell’immagine a renderla interessante. Le fotografie strabordano dalla cornice, andando ad aprire orizzonti di significato che trascendono il momento dello scatto, trascinando l’osservatore dentro la ricerca di senso dell’artista.
Il lavoro di Chiaramonte porta alla luce un fatto: nessun fotografo può davvero scomparire dietro all’obiettivo. La riproduzione automatica della realtà, che si imprime meccanicamente sulla pellicola, non esiste. Fotografare è interpretare, mostrare una briciola del mondo da una prospettiva determinata e personale. Lo spazio al di fuori del soggetto, come realtà autonoma, non ha consistenza. Esiste perché abitato dallo sguardo del fotografo.
Una traccia dell’uomo dietro la macchina rimane sempre. È ciò che rende la fotografia interessante. Il visitatore, guardando gli scatti di Chiaramonte, vede venirgli incontro l’uomo dietro l’obiettivo. I paesaggi sono permeati dalla sua nascosta presenza che attira lo spettatore nella scena, portandolo faccia a faccia con una ricerca di significato che è anche di chi guarda. Lo spiega ancora Cole: “Queste immagini sono create da un io tanto personale, intenzionale e particolare quanto l’io che disegna, scrive poesie, o compone musica. L’io di questo “realismo infinito” è presente in ogni fotografia tanto quanto lo sarebbe in un autoritratto. Questo io sei tu.”