Nell’agosto di quest’anno Papa Francesco ha scritto una lettera rivolta ai seminaristi, agli operatori pastorali e, in sostanza, a tutti i credenti impegnati nell’apostolato educativo, in cui si vuole riflettere sul ruolo della letteratura nell’educazione.
Tre punti sono al cuore del messaggio di Francesco.
La letteratura come strumento di relazione con l’altro.
Così esordisce la lettera: “Spesso nella noia delle vacanze, nel caldo e nella solitudine di alcuni quartieri deserti, trovare un buon libro da leggere diventa un’oasi che ci allontana da altre scelte che non ci fanno bene. […] E forse quella lettura ci apre nuovi spazi interiori che ci aiutano ad evitare una chiusura in quelle poche idee ossessive che ci intrappolano in maniera inesorabile” .
Il rischio dell’autoreferenzialità, del non saper mai uscire da sé stessi, è il dramma della modernità, come ha ricordato spesso in questi anni il magistero di Francesco. Nella letteratura si apre invece una via di comprensione della natura dell’altro, delle condizioni di miseria o di ricchezza, delle aspirazioni e delle inquietudini di ogni uomo e donna. La letteratura mette in scena i drammi di sempre, i sentimenti imperituri del cuore umano. Coltiva in noi l’intelligenza dell’anima e la sapienza del cuore per comprendere le pieghe dell’esistenza celate nelle vicende di un galeotto redento o di una madre addolorata. E così “mentre sentiamo tracce del nostro mondo interiore in mezzo a quelle storie, diventiamo più sensibili di fronte alle esperienze degli altri, usciamo da noi stessi per entrare nelle loro profondità, possiamo capire un po’ di più le loro fatiche e desideri, vediamo la realtà con i loro occhi e alla fine diventiamo compagni di cammino”.
La letteratura come luogo di costruzione e ricerca condivisa della verità
Il secondo aspetto interessante è la dinamica che l’atto della lettura crea tra l’autore e il lettore. Il lettore è coinvolto e compromesso nel racconto, inevitabilmente chiamato a riempire, con la propria interpretazione e immaginazione, gli spazi vuoti della narrazione. Leggiamo, “il lettore in qualche modo riscrive l’opera, la amplifica con la sua immaginazione e in questo modo ciò che emerge è un’opera ben diversa da quella che l’autore voleva scrivere”. Ciascuno di noi, leggendo un testo, lo arricchisce di un senso nuovo, di una nuova interpretazione, di un significato forse estraneo all’intendimento dell’autore, ma non per questo privo di valore. La letteratura insomma è l’esempio concreto di come noi partecipiamo sempre al processo di costruzione della verità e d’interpretazione della realtà. Il mondo che ci circonda assume significato nel momento in cui viene letto e compreso dall’intelligenza dell’uomo.
Non siamo però da soli nella costruzione della verità. La possibilità di rendere la realtà intorno a noi intellegibile, di ricercare il vero nelle esperienze del mondo, negli eventi della storia, nei sentimenti, è possibile solo nel seno delle relazioni umani. La lettura ne è il chiaro esempio. Se per prima cosa, infatti, l’autore afferma, con le parole, una verità sulle cose, il gioco non finisce qui, però, perché subito dopo viene il turno del lettore. Senza di lui le opere letterarie rimarrebbero lettere morte. Egli, invece, le salva dall’aridità spirituale, donando loro, a sua volta, un senso inedito. Nel trovare nuove interpretazioni e nuovi significati nei testi, in un certo senso, è come se il lettore li arricchisse, di volta in volta, di nuove parole. E in questo triangolo autore-opera-lettore si realizza una comunità ermeneutica che coopera nella ricerca del vero e nella costruzione del senso.
La letteratura come occasione di mediazione tra cultura e fede
Infine, la letteratura ci aiuta ad illuminare il rapporto tra fede e cultura. Leggiamo nella lettera del Papa: “per un credente che vuole sinceramente entrare in dialogo con la cultura del suo tempo, o semplicemente con la vita delle persone concrete, la letteratura diventa indispensabile”. Questa ha la capacità di rivelare l’indole dell’uomo, di farsi eco della quotidianità della vita e trasformarla in un grido universale di umanità. Leggendo ancora: “Come possiamo parlare al cuore degli uomini se ignoriamo, releghiamo o non valorizziamo “quelle parole” con cui hanno voluto manifestare e, perché no, rivelare il dramma del loro vivere e del loro sentire attraverso romanzi e poesie?”. In queste parole, belle e appassionate, sembra quasi di leggere uno stralcio delle vigorose pagine delle costituzioni del Concilio Vaticano II. Allora come oggi è chiaro che non c’è via alla comprensione di Dio che non passi dalla comprensione dell’uomo e della sua natura. Che la verità della fede non attraversa la storia dell’uomo nella sua purezza evangelica, ma sempre contaminandosi nella cultura del tempo. Per ciascuno di noi la letteratura è dunque sempre un mezzo privilegiato di dialogo con la contemporaneità, capace di schiudere ai nostri occhi, meglio di molte altre forme di conoscenza, i segni di contraddizione e di salvezza che abitano il nostro tempo.
Conclusioni
In un’epoca in cui la nostra cultura è pervasa dal mito dell’immagine, la lettera del Papa, parlando della letteratura, ci invita a rimettere al centro il valore della parola. La parola come strumento di indagine, di comprensione, di dialogo. La parola come luogo di rivelazione dell’animo umano. La parola, infine, come occasione di comunità. Oggi corriamo spesso il rischio di trascurare le parole, e di non porre attenzione alla qualità e alla bellezza dei nostri discorsi. Lo avvertiamo nella comunicazione quotidiana, nel linguaggio politico, nei messaggi dei media, perfino in alcuni prodotti letterari. La parola è però il sale della costruzione di una comunità di persone libere e coraggiose, che siano capaci di esprimersi e intendere l’espressione altrui. Vogliamo dunque concludere ricordando quel che il pontefice, attingendo al pensiero del teologo Rahner, scrive rispetto al valore della parola: “Per i cristiani la Parola è Dio e tutte le parole umane recano traccia di una intrinseca nostalgia di Dio, tendendo verso quella Parola. […] Solo la parola è intimamente capace di liberare ciò che trattiene in prigionia tutte le realtà inespresse: il mutismo della loro tendenza verso Dio”.