Si vive in un tempo paradossale: iperconnessi eppure mai così soli. L’indifferenza e la solitudine sono diventati i mali silenziosi della nostra epoca, non fanno rumore, ma consumano lentamente il cuore dell’uomo.

Hannah Arendt, riflettendo sulle tragedie del Novecento, ha scritto che il male è banale, non perché piccolo ma perché nasce dall’assenza di pensiero, dal non interrogarsi più sull’altro e questa banalità, talvolta, ha il volto dell’indifferenza. Questo disinteresse è grave, gravissimo, forse peggiore dell’odio perché consiste nel non vedere, nel non sentire, nel non fermarsi.

La testimonianza di Liliana Segre è un monito potente e doloroso. Sopravvissuta all’orrore dei campi di sterminio, ha più volte ricordato come l’indifferenza sia stata complice del male. “l’indifferenza è più colpevole della violenza stessa”, ricorda spesso la senatrice a vita, paragonando questa condizione ad un mare nero, il quale non fa rumore come una tempesta, non urla come la violenza, non colpisce come l’odio. Un male silenzioso, proprio per questo pericoloso.

Le sue parole non appartengono solo alla memoria del passato, ma interrogano il nostro presente, chiedendoci da che parte stiamo ogni giorno, nelle piccole scelte, nei piccoli silenzi. Da questa indifferenza nasce la solitudine, il vero dramma dei nostri giorni, la solitudine di cui parlava anche Cesare Pavese quando scriveva: “la più grande gioia del mondo è la sensazione di non essere soli”. E oggi questa gioia sembra sempre più rara. Per solitudine, si intende non solo l’assenza di compagnia, ma la sensazione profonda di non essere visti, di non essere necessari a nessuno. È l’isolamento degli anziani dimenticati, dei giovani che si sentono inadeguati, delle famiglie che comunicano poco, delle anime che gridano in silenzio.

Di fronte al dolore invisibile, la visione cristiana non lo nega anzi lo attraversa, lo stesso Gesù ha conosciuto l’indifferenza “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” e la solitudine, fino all’abbandono della croce. Eppure, proprio lì, nel punto più buio, nasce la speranza.

La speranza cristiana non è un’illusione astratta, ma certezza che nessuna solitudine è definitiva. Ogni volta che scegliamo di fermarci, di ascoltare, di chiamare qualcuno per nome, di condividere tempo e non solo parole, rompiamo il muro dell’indifferenza. Ogni gesto di misericordia, anche il più piccolo, è una crepa nella solitudine del mondo.

Sicuramente cambiare tutto, ma anche scegliere di non essere indifferenti. Ogni persona è chiamata a dare e costruire fiducia nell’altro, “spero in te per noi” per dirla alla Gabriel Marcel. E in un tempo che corre veloce e dimentica facilmente, questa scelta diventa un atto di responsabilità, di umanità e di speranza.

Potentissima l’immagine dei girasoli che Padre Francesco Occhetta ha fornito in un recente incontro di Comunità di Connessioni: il girasole non è un fiore isolato, ma molti che si volgono insieme verso la luce della vita. Nessuno sopravvive ripiegandosi su stesso; la loro dignità e bellezza ha bisogno di una fonte di luce, nessuno trova pienezza nella propria autosufficienza. La loro grazia nasce dalla relazione con la loro alterità, con quel sole che non possiedono, ma che li fa vivere e diventare belli. Questa immagine della natura diventa un prezioso insegnamento antropologico: l’esistenza umana fiorisce pienamente solo quando si apre all’alterità e a ciò che trascende sé stessi.