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Springsteen – Liberami dal nulla: il ritratto di una rock star fuori dai cliché

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“Sto cercando qualcosa di autentico in mezzo a questo rumore” dice Bruce Springsteen a Jon Landau il suo manager. Landau lo guarda e non capisce, ma si fida. Un disco malinconico con una registrazione fai-da-te non è quello che serve per consolidare l’ascesa al successo del giovane musicista. Davanti ai discografici increduli durante l’ascolto di Nebraska, il progetto acustico del Boss, il manager risponde: “in questo ufficio c’è una sola regola: noi crediamo in Bruce Springsteen”. Nessun volto del cantante in copertina, niente tour, niente stampa. Solo una chitarra malinconica, la voce graffiata del cantante e l’eco della camera da letto in cui ha registrato. Una scommessa folle per i produttori. Spoiler: l’album esce e va bene. Si piazza al terzo posto delle classifiche americane.

Nebraska rimane un esperimento unico nella lunghissima carriera artistica di Springsteen. Il racconto è quello dell’America profonda che attraversa tutta la sua produzione. Ma questo disco tocca una parte più scura dell’immaginario del Boss. I protagonisti dell’album sono assassini, come il serial killer Raymonmd Starkweather, i condannati, come Jhonny 99, e i disperati, come il protagonista di Atlantic City. Personaggio che arrivano dai bassifondi della realtà rurale. I loro racconti sono storie di violenza e di emarginazione. Uno scenario che è il riflesso della desolazione e del nulla che l’artista inizia a percepire dentro di sé.

Il film “Springsteen – Liberami dal nulla” si concentra proprio su questo: il momento in cui il cantante deve fare i conti con le proprie fragilità e il suo passato. Un biopic diverso dal solito, che mette da parte il racconto più “epico” della rock star, lasciando spazio a un ritratto intimo. La pellicola, diretta da Scotto Cooper, è tratta dal libro “Liberami dal nulla. Bruce Springsteen e Nebraska” di Warren Zanes. Springsteen, che nel film ha il volto e la voce di Jeremy Allen White, ha partecipato attivamente sul set durante le riprese aiutando a mantenere il racconto quanto più autentico possibile. Nulla viene aggiunto ad eccezione del personaggio femminile di Faye, che unisce varie partner avute dall’artista in quel periodo. Il tormento, i fantasmi del passato e la depressione sono, invece, tutti reali.

La storia è ambientata nell’autunno del 1981, alla conclusione del tour per l’album The River. All’età di 31 anni Springsteen è già un’artista affermato. I discografici si aspettano che cavalchi l’onda del successo per consolidare la fama a livello mondiale. Ma il Boss ha altre priorità. È tormentato dai sensi di colpa per il successo ottenuto. Si rifugia nella cittadina del New Jersey di Colts Neck ma lì riemergono i ricordi d’infanzia e i fantasmi del passato, raccontati dal regista con dei flashback in bianco e nero. In particolare, a occupare la mente dell’artista sono le immagini del padre Doug un uomo anaffettivo, alcolizzato, a tratti violento, solo e disarmato davanti alla propria sofferenza psichica. Springsteen, nonostante abbia già pronti i successi di Born in the U.S.A, deve prima fare i conti con tutto questo.

Per chi conosce il percorso del cantante, la sofferenza psicologica e i rapporti complicati con il padre non sono una novità. Da qualche anno il Boss ha iniziato a parlarne apertamente. Qualcosa ha iniziato a smuoversi dopo la scomparsa di Doug nel 1998. I più affezionati ricorderanno la commovente interpretazione di My father’s house durante lo spettacolo del 2018 Springsteen on Broadway. Visto sotto questa luce il film è anche una riflessione sulla paternità. Non a caso, ad interpretare (magistralmente) il padre del Boss è Stephen Graham, che poco tempo fa ha raccontato un’altra figura paterna, quella di Eddie Miller nella serie Adolescence. Anche in questo caso, al centro del rapporto tra padre e figlio c’è il silenzio. Due uomini per certi aspetti uguali e contrari. Le scene di Graham con il figlio sono dominate da un senso di incomunicabilità e incomprensione, da un affetto goffo.

Il film, come tutta la storia e la musica dell’artista, si chiude con una nota di speranza. In uno dei momenti più bui del film, il manager e amico John Landau cerca di consolare Springsteen con le parole di Flannery O’Connor: “Il luogo in cui sei nato non esiste, il luogo in cui pensavi di andare non c’è mai stato e il luogo in cui ti trovi ora non va bene, a meno che tu non riesca a fuggire da esso. Dov’è il tuo posto? Da nessuna parte. Nulla al di fuori di te può darti un posto”. Springsteen alla fine del film riesce a darsi un posto. Lo fa, aiutato dalle persone che ha intorno, scegliendo di guardare in faccia la depressione e iniziando a curarsi. E trasformando tutto il suo dolore in musica.

 

 

 

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