La quotidianità pone il Cristiano e l’essere umano dinanzi la fragilità delle relazioni, l’innalzarsi della forza e la disillusione verso l’idea di una globalizzazione priva di scontri. Ponendo come base il mutare del mondo, nell’agire degli Stati restano cristallizzati i condizionamenti, gli interessi dati e le influenze esercitate dai fattori geografici. La geopolitica – tornata centrale anche nel Vecchio Continente con l’inizio del conflitto in Ucraina – non assume una sembianza nomotetica ossia tesa ad individuare le leggi universali capaci di governare i fenomeni. Essa, è lontana sia dal determinismo ambientale che da un determinismo decostruttivista fondato sul concetto di “fine della storia”. Concetto chiave dell’analisi del politologo Francis Fukuyama, la “fine della storia” ha posto in secondo piano le azioni tese a sostenere il progressivo processo di disarmo delle superpotenze. Un processo che si è concentrato nei due decenni conclusi del XX secolo e che vide un forte protagonismo del papato di Giovanni Paolo II, di cui spicca il messaggio all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in occasione della III sessione straordinaria del 1998 dedicata al tema del disarmo. La “fine della storia” ha illuso la ricerca sociale e provato a far dimenticare al Cristiano che la nostra storia è la storia del creato. Nella plasticità del mondo liquido contemporaneo si sono recentemente riaffermate le armi della storia, le quali unite alle sfide geopolitiche, esercitano nei processi contemporanei una pressione mai affrontata dalla fine della Guerra Fredda.
Risiede in questo panorama l’interrogativo se la deterrenza sia quindi uno strumento, non ideologizzato, in mano alle nazioni e organizzazioni internazionali per il perseguimento della pace tra i popoli. Pace il cui perseguimento non si avvale di ideologie o pensieri relativistici, ma si fonda sul primato delle regole pattuite e incarnate dagli Stati. Ad un progressivo riarmo delle nazioni, si accompagna una ricerca realistica della deterrenza e della pace. La dottrina della deterrenza per sua natura si fonda su finalità esclusivamente difensive, tese alla prevenzione dell’aggressione e della guerra. Tale dottrina se impostata su suddetti principi appare in linea con i principi etici e morali cristiani. Le critiche ad essa risiedono generalmente nella condanna di ampi settori della società civile e delle comunità cristiane agli armamenti tout-court. La dottrina deterrenza in generale e in particolar modo quella legata agli armamenti nucleari avrebbe, secondo le obiezioni dei settori sopracitati, portato a un pericoloso rafforzamento delle capacità militari. Ci sono pone l’interrogativo allora di come possa agire il Cristiano nel corso della storia. Ebbene, nel processo storico e nel proseguimento di essa, la preghiera si rivela l’arma più potente in mano al fedele, ma non l’unica. Il Cristiano agisce all’interno del suo appartenere alla Chiesa.
La Chiesa appoggia, condiziona e si inserisce nel corso della storia e dei processi contemporanei mantenendosi fedele ai propri principi e punti di riferimento. Essa, svolge il proprio ruolo in maniera proattiva e vigile. Guardando alla storia essa persegue il fine della pace, pur agendo nella contingenza della quotidianità. Principale punto di riferimento cattolico sulla materia è da individuarsi nella Costituzione pastorale “Gaudium et Spes'”, uno dei principali documenti del Concilio Vaticano II, promulgata da Paolo VI vede in appendice della sezione 1 del Capo V cristallizzato il punto sulla “necessità di evitare la guerra”. Suddetto documento, non considera isolatamente le armi nucleari come elemento della deterrenza, ponendole e differenziandole in una speciale categoria, ma amplia lo spettro della propria trattazione a tutti gli armamenti. Una differenza che pone il documento di quasi sei decenni fa nella contemporaneità dei nostri accadimenti. Il documento contiene espliciti riferimenti al principio della dissuasione o deterrenza nei termini seguenti: “Le armi scientifiche, è vero, non vengono accumulate con l’unica intenzione di poterle usare in tempo di guerra. Poiché infatti si ritiene che la solidità della difesa di ciascuna parte dipenda dalla possibilità di fulminea rappresaglia, questo ammassamento di armi, che va aumentando di anno in anno, serve, in maniera certo inconsueta, a dissuadere eventuali avversari dal compiere atti di guerra. E questo è ritenuto da molti il mezzo più efficace per assicurare una certa pace tra le nazioni”[1]. In questo paragrafo non si ravvede un elenco di propositi ideologici, ma la realtà e aderenza della Chiesa al corso della storia umana. Anticipatrice del progresso delle armi convenzionali, l’appendice posta alla sezione 1 del capo V, è un valido sostegno nel mentre il confronto attuale nei conflitti bellici è composto da una serie di armamenti non nucleari, ma il cui grado di precisione e potenza non era minimamente anticipabile dal contesto dell’epoca. L’uomo per sua natura dimentica la storia, l’Occidente ha negato essa e Cristo. Il proliferare delle faglie d scontro è figlio anche della mancanza dei ponti diplomatici e dei messaggi religiosi. L’Occidente deistituzionalizzando la Chiesa e cancellando il messaggio di Cristo dal proprio essere, ha negato a sé stesso la possibilità di trovare un principio chiarificatore e pacificatore.
Così, in un contesto incerto e pieno di insidie – ma composto da costruttori di ponti – San Giovanni Paolo II scrisse che “nelle attuali condizioni, una dissuasione fondata sull’equilibrio, non certo come scopo in sè, ma come tappa sul cammino di un disarmo progressivo, può ancora essere giudicato moralmente accettabile”[2]. L’equilibrio delle parti è da fondarsi anche nel ruolo esercitato dalla Chiesa – laddove le influenze regionali lo permettano – che deve necessariamente esser spes attraverso l’amore. Riconoscersi nella Lettera ai Romani di San Paolo ed esser “spes contra spem”.
Oggi, questa considerazione implicherebbe chiaramente un giudizio di piena compatibilità della dottrina della deterrenza con i principi dell’etica e della morale nell’attuale periodo storico in cui si fa un ampio ricorso alla forza da parte degli Stati per risolvere le proprie dispute. Un’epoca tattica, in cui l’eterogenesi dei fini delle umane lotte per il potere esprimono la loro ferocia sulle popolazioni, in particolar modo sulle minoranze e gli ultimi. Eppure, la tattica e la strategia delle condotte geopolitiche e delle azioni degli Stati si dimenticano della storia e delle conseguenze nel prevaricare costantemente il “limes”.
Il “limes” del giusto, derivante dalla teoria di “guerra giusta”, viene costantemente e in ogni dove superato. Ci si deve necessariamente soffermare sulle due fondamentali articolazioni della dottrina della “guerra giusta”. Esse, sono rappresentate dallo “Jus ad bellum”; ossia quali siano le condizioni che possono giustificare il ricorso alla guerra. E, dallo “Jus in bello”; quanto ai criteri cui deve conformarsi la condotta della guerra medesima. Fondamentali fra questi ultimi criteri sono quelli della proporzionalità e della discriminazione. Criteri cui quotidianamente non aderisce la comunità internazionale e che disciplinerebbero – ove statuiti – che nella condotta della guerra debbano evitarsi i danni alle persone ed ai beni dei non combattenti, danni sia pure aventi natura accidentale e collaterale. Si necessita confrontarsi con il Compendio n. 500 laddove si cristallizza che “una guerra di aggressione è intrinsecamente immorale. Nel tragico caso in cui essa si scateni, i responsabili di uno Stato aggredito hanno il diritto e il dovere di organizzare la difesa anche usando la forza delle armi”. Questo insegnamento tremendamente attuale in Europa pone il fatto che il tema della guerra giusta, anche quando soddisfi determinati criteri di giustificazione, debba esser superato attraverso un dialogo fermo verso la riconciliazione. L’uso della forza, per essere lecito, deve rispondere ad alcune rigorose condizioni: «— che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; — che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; — che ci siano fondate condizioni di successo; — che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione. Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della “guerra giusta”. La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune».
Se tale responsabilità giustifica il possesso di mezzi sufficienti per esercitare il diritto alla difesa, resta per gli Stati l’obbligo di fare tutto il possibile per «garantire le condizioni della pace non soltanto sul proprio territorio, ma in tutto il mondo». Non bisogna dimenticare che «altro è ricorrere alle armi perché i popoli siano legittimamente difesi, altro voler soggiogare altre nazioni. Né la potenza bellica rende legittimo ogni suo impiego militare o politico. Né diventa tutto lecito tra i belligeranti quando la guerra è ormai disgraziatamente scoppiata»[3]. Tali presunte legittimazioni trovano in parte la loro genesi nell’aver rimosso la storia. Nel dimenticare la storia, si dimenticano suddetti criteri. Il pontefice Francesco, nel suo recente viaggio in Lussemburgo e in Belgio nel discorso durante tenuto durante l’incontro con gli Studenti Universitari della Université Catholique de Louvain, ha messo in rilievo come la storia – magistra vitae – rimanga “troppo spesso inascoltata. L’essere umano, infatti, quando smette di fare memoria del passato e di lasciarsene istruire, possiede la sconcertante capacità di tomare a cadere anche dopo che si era finalmente rialzato, dimenticando le sofferenze e i costi spaventosi pagati dalle generazioni precedenti”. Nell’adesione alla contemporaneità che è parte del percorso della storia, a sua volta già vinta da Cristo, il Cristiano si ritrova a dover istituire nuovamente quei percorsi che San Giovanni Paolo II definì tesi a “una transizione a forme più pacifiche e mature di convivenza internazionale, contrassegnate da un accrescimento della fiducia, da un progressivo disarmo e da una più ampia cooperazione internazionale”. Anche laddove tutto sembra esser perso e irrimediabile.
[1] Gaudium et Spes. Cap. V – Sezione I. “Necessità di evitare la guerra” (par. 79-82);
[2] Messaggio di Papa Giovanni Paolo II alla seconda Sessione speciale dell’ONU sul disarmo – 11 giugno 1982 (sezioni 8-9-10);
[3] Compendio n. 500.