“Sono fuori con le lanterne alla ricerca di me stessa” scriveva la poetessa americana Emily Dickinson. Non è un caso che questa frase risuoni guardando le fotografie di una sua connazionale, anch’essa divenuta nota al grande pubblico dopo la morte: Vivian Maier. Così si apre la sezione dedicata agli autoritratti dell’artista, uno dei nuclei più iconici della sua opera. Ombre, contorni e silhouette raccontati soprattutto da riflessi su specchi o pezzi di vetro. Quella di Maier è una fotografia istintiva, capace di trovare punti di vista inediti. Una presenza che si muove al margine della scena ritratta con acume, discrezione e, a tratti, ironia.
Il suo percorso artistico, per anni rimasto nell’ombra, viene ricostruito all’interno della mostra Vivian Maier. The Exhibition. L’esposizione, a cura da Anne Morin, rimarrà aperta al pubblico fino al 15 febbraio 2026, mese in cui ricorrerà il centesimo anniversario dalla nascita dell’artista, avvenuta a New York il 1° febbraio 1926. Il progetto, allestito negli spazi del nuovo Museo del Genio di Roma, raccoglie più di 200 scatti della fotografa e propone ai visitatori anche materiali video di approfondimento.
Della vita e della ricerca artistica di Vivian Maier non si è saputo nulla per molto tempo. Se oggi si conosce l’opera della fotografa lo si deve soprattutto a John Maloof, regista statunitense, che nel 2007 ne viene in possesso quasi per caso. Tra i materiali contenuti in un box acquistato all’asta si nascondevano proprio i negativi di Maier e alcuni rullini ancora da sviluppare. Da qui inizia l’indagine sull’identità della persona che aveva scattato quelle immagini. Alla vita della fotografa Maloof dedicherà un documentario, uscito nel 2013 e intitolato Alla ricerca di Vivian Maier.
Maier lavorava come bambinaia principalmente a Chicago. Nei momenti liberi era solita scattare foto che ritraevano quanto la circondava: la vita quotidiana di città come New York, Chicago e Los Angeles. Gran parte del suo operato può essere considerato un’anticipazione della street photography contemporanea: la strada diventa il setting in cui va in scena la vita di persone comuni. I loro gesti, i loro volti e le loro emozioni vengono impresse da Maier sulla pellicola della sua Rolleiflex, arrivando fino a noi oggi.
“Vivian Maier, scrutatrice urbana, si addentra bel cuore pulsante delle città. Il suo obiettivo, come un bisturi delicato, seziona la realtà quotidiana, rivelando l’essenza dell’umanità in attesa” si legge nei pannelli della mostra. E ancora: “Cattura anime sospese nel limbo urbano: figure immobili nel flusso incessante della metropoli. Ogni scatto è un’ode agli esclusi, ai sognatori, agli osservatori silenziosi”.
L’opera di Maier, come anche la sua vita, è caratterizzata da un paradosso: quello tra la propria “invisibilità” e il palcoscenico che offre, attraverso i suoi scatti, ai tanti sconosciuti che per un momento diventano protagonisti di un frammento del tempo. È proprio questa contraddizione che fa dell’artista una figura così affascinante per i visitatori odierni. Di lei non si conoscono i pensieri, i soggetti ritratti, nemmeno le didascalie sono assegnate alla maggior parte delle foto.
Negli autoritratti esposti spesso il suo volto rimane indefinito, sfumato, aprendo così all’osservatore la possibilità di proiettare la propria immaginazione nei contorni della sua figura. Vivian Maier è chi vogliamo immaginare che sia, è lo sguardo sul mondo che di lei rimane. È tutti e nessuno. È coloro i quali osservano la vita scorrere intorno. Un’identità sommersa, al margine della storia. Al visitatore di oggi la possibilità di costruirla e di portare avanti il suo racconto.