Avvocato. È stato più volte parlamentare italiano ed europeo, ricoprendo ruoli di dirigente nazionale nella Democrazia Cristiana. Ha presieduto la commissione giustizia della Camera dei Deputati in varie legislature, sempre alla giustizia è stato sottosegretario in quattro governi. A dicembre 2025 è stato rieletto, per il secondo mandato, presidente dell’Associazione ex parlamentari della Repubblica italiana.

Presidente Gargani, come è nata la sua passione per la politica, quali sono stati i suoi maestri e che ruolo ha avuto la sua formazione nel percorso politico?

La mia passione politica è nata nei primi anni universitari, grazie a Gerardo Bianco, un mio lontano parente. Io abitavo a Morra De Sanctis, in provincia di Avellino e, Gerardo, studente all’Università Cattolica, quando tornava per le festività riuniva noi più giovani per discutere del ruolo politico che stava svolgendo l’Università Cattolica. Con lui è iniziato il mio interesse verso la politica. Mentre scrivevo la tesi di laurea in diritto costituzionale sull’art. 33 della Costituzione riguardante la libertà di insegnamento, lui mi presentò Ciriaco De Mita che apprezzò il mio lavoro. Così nel 1959 diventai delegato provinciale del movimento giovanile della DC. L’anno successivo, al congresso nazionale, diventai vice-segretario nazionale. Da allora non ho mai smesso di fare politica ma, al tempo stesso, ho completato gli studi e fatto l’avvocato. Mio padre avversava la politica, voleva che avessi una mia professione e per questo lo ringrazio: sono stato sempre autonomo e indipendente; mi è servito anche in Parlamento ad occuparmi, con consapevolezza, dei temi della giustizia.

Alla guida dell’Associazione ex parlamentari della Repubblica, quali obiettivi si è posto? In che modo l’associazione intende avvicinare i giovani alle istituzioni parlamentari e come si può restituire un ruolo centrale al Parlamento nella vita politica italiana?

Sono molto ambizioso: vorrei sfruttare al massimo la professionalità che abbiamo e che non viene sempre rispettata. Noi siamo stati parlamentari quando c’era un rapporto organico tra cittadini e istituzioni. In questi tre anni abbiamo fatto iniziative volte a creare un rapporto forte con il Parlamento, per trasmettere a questi membri del Parlamento, con meno mordente e senza capacità di rappresentanza, lo spirito originario. Ciò è stato causato anche dai sistemi elettorali che non valorizzano il singolo e aumentano la disaffezione dell’elettore: una partitocrazia personalistica che affoga il dibattito ed il taglio dei parlamentari ha lasciato molte realtà territoriali senza rappresentanza adeguata. Vogliamo che il Parlamento torni ad essere il riferimento istituzionale dei cittadini. La nostra attività, anche attraverso convegni, punta sul ruolo dell’assemblea legislativa e sulla necessità che i partiti siano democratici. Non c’è più fervore nei partiti perché il leader dispone come vuole di simbolo e struttura. Presenteremo in Parlamento, a marzo, una legge sull’applicazione dell’art. 49 della Costituzione per dare incentivo ad organizzarli meglio.

Nel suo ultimo libro, “Le mani sulla storia. Come i magistrati hanno provato a (ri)fare l’Italia”, lei affronta il tema della giustizia: come giudica oggi il ruolo della magistratura e quale sarà la sua posizione rispetto al referendum? Quali sono le riforme urgenti sulla giustizia in Italia?

Mi sono occupato come legislatore di questi problemi quasi tutta la vita. Il problema della giustizia è quello della democrazia. Oggi il ruolo del magistrato è fuori le righe: c’è una prevalenza del giudiziario rispetto alla politica legislativa. Non è solo un problema italiano, ma delle democrazie avanzate. Manca la certezza del diritto perché la complessità sociale non viene più fotografata dalla norma. Le leggi sono diventate settoriali, regolamenti per mettere toppe nei dissesti sociali. Questo ha portato a un’interpretazione fuori le righe della magistratura che si è avvalsa di questo potere. La magistratura non è più un ordine, come dice la Costituzione, ma un potere. Sostengo che sia la narrativa di Tangentopoli sia quella sulla Democrazia cristiana sono errate: i magistrati volevano riscrivere la storia. C’è differenza tra finanziamento irregolare e corruzione, che è reato turpe. Tutto il finanziamento fu interpretato come corruzione. Pochi sanno che il 73,5% degli imputati di Tangentopoli, in dibattimento, furono assolti perché non c’era prova della corruzione. Oggi c’è necessità di regolare il potere della magistratura. La divisione dei ruoli mi sembra un buon inizio per tenere distinte le professionalità. Dico sì a questa riforma.

La politica appare spesso distante dai cittadini: cosa ritiene necessario per recuperare credibilità e fiducia, e come si può riportare i partiti ad avere un ruolo centrale nella vita politica? Quali sono le forme nuove di politica oggi che sostituiscono le vecchie?

Purtroppo, non ce ne sono. I partiti erano di insegnamento alla popolazione, i cittadini capivano che la politica serve a risolvere i problemi, non la tecnica o la burocrazia. Questo elemento è in crisi perché il dibattito diventa sempre più antipolitico, senza che chi fa politica se ne accorga. C’è una contraddizione forte: chi fa politica auspica l’antipolitica. Da vecchio vichiano, sono ottimista: prevale sempre il bene sul male. Come cristiano ritengo che l’uomo possa sempre redimersi. Credo ci sia la possibilità di ritornare alla politica, stiamo vivendo un periodo negativo di transizione perché non ci sono nuove forme di organizzazione politica. Dai vari dibattiti a cui assistiamo non emerge nulla, c’è una crisi del pensiero molto forte che i filosofi si incaricheranno di spiegarla.

Che messaggio vuole lasciare alle nuove generazioni che si avvicinano alla politica o guardano con interesse alla vita pubblica?

Mi auguro che si avvicinino sempre di più perché c’è bisogno di rinnovamento. Se non trovo chi continua su un filone di interesse rispetto alla nostra cultura politica non ho fatto nulla di significativo. I giovani si allontanano perché non trovano la politica. Mio figlio aveva grande passione ma poi, vedendo la politica di oggi, ha preferito dedicarsi alla professione. Attraverso l’Associazione ex parlamentari vogliamo fare un’opera di educazione e formazione dei giovani, in collegamento con La Sapienza, perché la formazione culturale-politica è condizione per avvicinarli. Dipende da loro se la politica risorge come dato di organizzazione e pacificazione sociale. Avevamo una società solidale unica in Europa, l’ho visto anche da parlamentare europeo. Ora è disgregata, l’individualismo è sfrenato. Bisogna riaggregare la società attraverso i nuovi valori che, anche attraverso le tecnologie, devono essere potenziati e sviluppati. Ai giovani dico: abbiate grandi speranze e siate voi i protagonisti della politica.