Rio de Janeiro, 1971. I Facciola Paiva sono una colta e benestante famiglia composta da Rubens (Selton Mello), ingegnere ed ex deputato del Partito dei Lavoratori, Eunice (Fernanda Torres), elegante madre di famiglia dal cui punto di vista viene narrata la vicenda, e cinque figli – quattro ragazze ed un bambino, Marcelo (Antonio Saboia), futuro autore delle memorie di famiglia – di tutte le età. Il Brasile è governato dalla dittatura militare da alcuni anni – è in carica come presidente il generale Emílio Garrastazu Médici – ma questo sembra non ostare alla serenità, financo alla felicità della vita familiare. Le uniche nubi che si intravedono all’orizzonte sembrano essere legate all’attivismo della figlia maggiore, Vera “Veroca” (Valentina Herzsage), coinvolta in alcuni movimenti studenteschi: i genitori non esiteranno a rispondere all’anelito di libertà della giovane facendola iscrivere all’università in Inghilterra.

Un giorno, Rubens Paiva viene condotto via da agenti in borghese “per accertamenti”. Pochi giorni dopo verranno condotte via anche Eunice e la seconda figlia, Eliana (Luiza Kozovski), rilasciata quasi subito. Eunice sperimenta un’incarcerazione ufficiosa e senza accuse formali in una cella buia, nella quale è privata di ogni diritto, subendo interrogatori che tentano di spingerla alla denuncia di amici e conoscenti, ai quali resiste con dignità e fermezza. Rilasciata dopo 10 giorni, non ottiene notizia alcuna circa la sorte del marito: inizia così una battaglia per la ricerca della verità, che non si ferma di fronte ai plurimi “segnali” inviati dagli agenti della dittatura e ai problemi economici, destinata a continuare anche dopo il ritorno del Brasile alla democrazia.

Ainda estou aqui (internazionalizzato col titolo I’m still here), diretto dal regista brasiliano di Walter Salles, è il film meritoriamente vincitore del premio per la migliore sceneggiatura all’81mo Festival del Cinema di Venezia. Si tratta di un’opera di valore che, senza barocchismi e con uno spaccato familiare delicato e preciso, racconta una vicenda reale, sia personale che corale, alla prova di una delle ultime tragedie che hanno sconvolto la vita della Repubblica federale del Brasile.

Molti sono gli spunti di riflessione offerti dal film. Colpisce, innanzitutto, la forza e la determinazione della figura di Eunice Facciola Paiva, donna che riesce a farsi carico di una grave ingiustizia – al di là di quella personalmente subita – ad un marito intensamente amato, riuscendo, tuttavia, a trarne le energie per portare a termini ulteriori, ambiziosi e lungimiranti progetti sociali.

Un fil rouge che percorre l’intero film è da individuarsi nella battaglia per la verità e, parimenti, per l’ufficialità degli atti condotta da Eunice Facciola Paiva, la quale non solo si trova a patire un arresto ufficioso dalle caratteristiche non lontane da quelle di una tortura, ma addirittura non ottiene alcuna notizia sulle accuse mosse al marito e sul suo “trattamento” da parte della polizia militare, subendo anche violente pressioni da parte di agenti “in borghese”. Tanto evidenzia come uno dei tratti essenziali delle dittature della del Novecento sia stato quello di muoversi nel grigio, nell’ombra dell’ufficiosità, dell’assenza di procedure e documenti pubblicamente consultabili – e se dell’eccesso di procedure e carte ciascuno può ragionevolmente lamentarsi, questo film ci ricorda comunque della loro fondamentale importanza in via di principio – e con strumenti e protocolli di mero fatto, favorendo in tal modo la “sparizione” delle persone e trattamenti del tutto inumani a danno degli arrestati.

Rimane fortemente impresso, inoltre, il vero e proprio “inno laico alla famiglia” che percorre l’intera pellicola. Salles mostra magistralmente come a salvare sia Eunice che le figlie ed il piccolo Marcelo sarà la coesione che la famiglia, privata arbitrariamente dell’amorevole figura paterna di Rubens, riuscirà a mantenere nella tempesta, affrontando difficoltà economiche e sociali sommatesi ai soprusi della polizia politica.