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I bambini nella guerra: il diritto internazionale e la coscienza dell’umanità

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Il generale prussiano Carl von Clausewitz nella sua opera Vom Kriege, scritta all’inizio del XIX secolo afferma: “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Questa frase così forte, così attuale, mette in evidenza che la guerra non nasce dal nulla, né è solo esplosione di violenza irrazionale: è spesso lo strumento estremo con cui gli Stati cercano di raggiungere obiettivi politici quando la diplomazia fallisce.

La guerra è sempre una ferita nella storia dell’umanità, quando però a soffrirne sono i bambini, la ferita diventa ancora più profonda, perché colpisce ciò che di più fragile e prezioso esiste: la vita che deve ancora crescere. Il diritto internazionale ha cercato, soprattutto dopo le tragedie del novecento, di porre dei limiti alla violenza dei conflitti armati. Le Convenzioni di Ginevra stabiliscono che la popolazione civile deve essere protetta e che i più vulnerabili, tra cui i bambini, meritano una tutela speciale.

Un bambino che cresce sotto le bombe impara troppo presto parole che non dovrebbero appartenere al suo vocabolario: rifugio, fuga, bunker, paura. Distingue il suono di un aereo da quello di un’esplosione prima ancora di imparare a scrivere bene il proprio nome. I suoi giochi diventano più brevi, i suoi sogni più fragili. Un bambino che cresce in guerra non perde solo una casa o una scuola ma perde un pezzo di vita, il suono delle bombe sostituisce la gioia delle risate. Invece di correre tra i parchi, i piccoli imparano a correre per salvarsi la vita. E in quello sguardo che dovrebbe essere pieno di curiosità compare una domanda che attraversa tutte le guerre della storia: perché? Perché l’innocenza dei bambini deve pagare il prezzo delle follie degli adulti? Non ci sono risposte facili ma c’è comunque una responsabilità a cui non possiamo sottrarci.  

Nella recente lettera ai mercanti della morte, il Cardinale Battaglia si rivolge proprio a coloro che vendono e producono armi, mettendo in evidenza che dietro ogni arma venduta, ci sono sofferenze, comunità distrutte e vite umane spezzate, e proprio per questo chiama ognuno di noi a scegliere da che parte stare: se dalla parte dalla vita o da quella della morte, non limitandosi a condannare la guerra ma richiamando le coscienze collettive e individuali alla costruzione della Pace.

La sofferenza dei più piccoli diventa il simbolo più evidente dell’ingiustizia della guerra: bambini che perdono tutto, che crescono nella paura o che talvolta non hanno nemmeno la possibilità di diventare adulti.

Il mio, il nostro auspico è che davvero un giorno si realizzi ciò che Giorgio La Pira chiamava la pace dei figli di Abramo. La Pira è consapevole che la pace è un processo che deve essere costruito imponendo agli attori del conflitto di sedersi l’uno accanto all’altro, finché non saranno loro a dialogare. Ogni affermazione rimane un auspicio, un’esortazione ma non trova la possibilità di concretezza. Per lui la pace o è mondiale o non è.

Per realizzare la cosiddetta “pace millenaria” bisogna accogliere la “sfida di Isaia” (Is 2, 2-5). Il brano più citato da La Pira era il versetto 4 alle parole “Forgeranno le loro spade in vomeri in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra“.

La via della pace è quella del disarmo. Non basta commuoversi: bisogna cambiare, scegliere la pace, costruire ponti invece di muri, dialogo invece di odio. Finché ci sarà un bambino costretto a vivere la guerra, nessuno potrà dirsi davvero in pace. Ma finché ci sarà anche un solo bambino capace di sperare, ci sarà ancora una possibilità per il mondo di cambiare.

 

 

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