L’amicizia è forse il dono più prezioso che Dio abbia fatto agli uomini. E fin dai tempi di Cicerone, e, ancora prima, di Aristotele, l’amicizia era considerata il bene più raro da possedere, quello che poteva nascere e durare solo tra uomini legati dal bene, un bene irrinunciabile. E per possederla, gli uomini, secondo i grandi maestri, dovevano avere necessariamente delle virtù: la fermezza, la sincerità, l’integrità della propria identità, la generosità, la fedeltà. L’amicizia è un dono per chi la riceve, ma, soprattutto, solo per chi la comprende. E se per noi sono necessari l’affetto, la stima, la dignità e il rispetto è perché il rapporto umano è frutto dell’ammirazione per le virtù di chi ci sta accanto.

Io non lo so cosa unisca due persone nello specifico. Me lo chiedo costantemente. Un filo rosso invisibile e indissolubile, legato attorno al loro mignolo. Questo filo è guidato dal destino e, sebbene possa intrecciarsi, allungarsi o restringersi a seconda delle circostanze, non si spezzerà mai. È così che ci è stata insegnata l’amicizia. In greco, dare significa concedere. Per cui mi sono chiesta, quanto peso abbia nella nostra vita l’amicizia, e quanto di noi sacrifichiamo per poterci concedere all’altro.  Come qualsiasi tipo di rapporto umano, anche l’amicizia risente di delusioni e di fragili (o granitici) legami. A volte occorre interrogarsi su cosa definisca realmente una persona. Io l’ho fatto più volte, e ho pensato al tempo. Come si impiega il proprio tempo definisce come si sceglie di vivere, di essere o chi si vuole realmente diventare. È proprio vero: il tempo spiega chi siamo. All’amicizia serve tempo e dedizione, ma mi rendo conto che oggigiorno non è poi così facile investire così tanto nelle relazioni.

Nonostante la mia riflessione possa sembrare pessimista, credo fortemente che il rapporto umano, se fondato sul bene comune, sull’affetto e sulla stima, è in grado di far fiorire ciascuna persona. L’amicizia non ha bisogno di essere morbosa o di basarsi sulla presenza fisica di una persona, perché, se fosse così, sarebbe solo circostanziale, debole e fortemente insicura. Il rapporto umano deve essere ancorato alla fiducia e ad una forte propensione a voler il bene. Essere sicuri che l’altro sarà accanto a te, nelle scelte, nelle vittorie e nelle sconfitte, come si suol dire, nel bene, appunto, e nel male, è la più profonda forma di intimità che ci possa essere tra due persone. Alcuni ritengo che l’essere umano è fatto per stare da solo, perché deve farsi spazio nel mondo con le proprie forze, con il proprio pensiero e con la propria cultura. Ma non si può negare che l’uomo debba sentirsi amato da qualcuno, sostenuto nelle scelte e appigliarsi alle sicurezze che lo rendono quindi protetto, realizzato e salvo. Dunque, la prevalenza dell’empatia scaccia la solitudine e rende la vita dell’uomo sicuramente più felice, e perché no, anche appagante.

Ma c’è qualcosa che fa ombra a questo sentimento. Ed è la noncuranza, quell’altro lato della medaglia che tanto velocemente si sta diffondendo tra le persone. Che senso ha camminare avanti e crescere, mentre l’altro rimane giù, rimane fermo, rimane invisibile, rimane distante? Se il senso sta nel dare, nel lottare per tenersi, nel percepire che il segreto è il bene, qual è il senso di lasciare andare qualcuno? Il punto è che il senso c’è ed esiste, perché bisogna riconoscere che non tutti siamo disposti a dare. Molte amicizie smettono di esistere, per poco amore come per troppo, per noncuranza come per scelta, per incompatibilità come per troppa vigliaccheria. Ed il fatto è questo: in un rapporto può esistere il male, così come la mera apparenza e il narcisismo. Tendiamo a giustificare ciò che non andrebbe giustificato, né pensato. Diamo più importanza al tempo che passiamo distanti piuttosto che vedere che sono le esperienze a sfumare, a non essere più condivise.

L’amicizia è qualcosa che ha il suo peso specifico. È un sentimento nobile, che costa riconoscenza. Se non si è disposti a dare, non si può pensare di poter chiedere. Mi domando come sia possibile che in questo mondo possa esistere una distanza così tangibile tra le persone, tra chi cresce con la presunzione inconscia di essere sempre dalla parte di chi è in diritto di chiedere, e chi, invece, non trova la giustificazione per domandare qualcosa agli altri.

Io non so cosa ci debba spaventare di più: avere tanto da dare o niente da dire. Noi non siamo stati creati da Dio per essere meschini e ingiusti, non siamo stati educati all’immoralità, al piegarci alle convenzioni sociali disumane, al calpestare gli altri, ad usare la loro bontà per raggiungere i nostri obbiettivi. No, non siamo stati educati al falso perbenismo. Il rapporto d’amicizia non è negoziabile, e se per Epicuro la saggezza era un bene mortale, l’amicizia era un bene immortale, il sale della vita. Dopo quasi duemilatrecento anni rimane tale.

Alla fine, siamo umani. Dobbiamo, dunque, definire e riconoscere il vero sentimento dell’amicizia. Chi, in mezzo a molti, è come noi. Chi accresce la nostra autostima e non la nostra insicurezza. Ma anche riconoscere chi non ci assomiglia significa essere umani.