No Other Land, film documentario del 2024 diretto, prodotto, scritto e montato da un collettivo israelo-palestinese, è stato premiato come miglior documentario ai premi Oscar 2025.

La parola “estirpare” meglio di ogni altra rende appieno il senso e la forza emotiva della pellicola; l’azione del togliere via, strappare fin dalla radice, sradicare con forza, levare del tutto, far scomparire sembra pervadere l’intero racconto.

Al centro della narrazione è Masafer Yatta, agglomerato di venti villaggi al confine sud della Cisgiordania, abitato da una comunità antica, che vive principalmente di economia agricola. Questo luogo, però, è soprattutto la casa di una comunità che subisce continui espropri imposti dallo Stato di Israele, che di quel territorio sostiene di aver diritto come zona d’addestramento militare.

Di fronte a simili atti di forza, Basel Adra, figlio del benzinaio della zona, Yuval Abraham, giornalista israeliano di Be’er Sheva ed altri membri della comunità si riuniscono in un collettivo, decidendo di filmare e diffondere video per documentare i soprusi perpetrati verso gli abitanti della regione.

Le riprese vanno dal 2019 all’ottobre 2023, con alcuni flashback sull’infanzia di Basel; un periodo che precede il terribile attacco di Hamas del 7 ottobre. Le testimonianze delle persone e la forza delle immagini dimostrano in questo modo quanto l’attuale situazione, giunta oltre ogni possibile disumanità, abbia origini profondamente sedimentate nel tempo.

Le riprese sul campo documentano militari che demoliscono senza sosta le abitazioni dei palestinesi, costringendoli spesso a rifugiarsi nelle grotte, un tempo popolate dai loro avi. Se vi sono reazioni o proteste pubbliche della popolazione locale non mancano azioni di repressione violenta. Drammatica la sorte di un vicino di Basel, colpito da un colpo d’arma da fuoco e costretto alla paralisi.

Nel finale quasi simbolica appare la distruzione della scuola, dove i bambini stanno facendo lezione e dove si continuava ad alimentare la speranza di un futuro per la comunità. È l’azione dell’estirpare, il tentativo di eliminare completamente l’altro, che da sempre alimenta il conflitto israelo-palestinese e che trova nella cultura dell’odio la sua radice. Una cultura di inimicizia e rancore che sempre più pervade le società contemporanee, spesso alimentata da politici alla ricerca di ritorno elettorale o di giustificazione nell’uso del potere acquisito.

Le prevaricazioni documentate, ma soprattutto le crudeltà oltre ogni limite commesse a Gaza, come il diffondersi quasi inarrestabile di guerre e di morte chiedono con urgenza azioni diplomatiche e governative in grado di riportare quella pace giusta richiamata con insistenza da Leone XIV.

È evidente che le azioni dei governi non sono sufficienti da sole. Come non lo possono essere le, pur significative, manifestazioni di piazza o le posizioni forti di alcune comunità. La vera necessità è un profondo ripensamento culturale, capace di farci incontrare l’altro non come nemico ma come fratello, uscendo dall’indifferenza e dall’ipocrisia del quieto vivere.

Il docu-film, realizzato da palestinesi col supporto di israeliani, è un segno di speranza, immagine della volontà di uscire dalla logica dell’estirpare per entrare nella dinamica dell’incontro, della relazione, costruita con evoluzioni articolate, complesse e al contempo indispensabili e non più rimandabili. E’ di estremo valore è l’impegno di Yuval, il giornalista israeliano a fianco della comunità oppressa, in difesa dei diritti dell’umanità. Una piccola luce in mezzo a tanta oscurità.