“Si può non essere interessati e preda di compassione di fronte all’oceano di dolore nel quale affoga il tempo che viviamo e nel quale da sempre affoga la coscienza degli uomini che in mezzo al dolore hanno vissuto e vivono?”. Questa è la domanda che Ferdinando Scianna pone ai visitatori del Centro Culturale di Milano. Negli spazi del CMC, fino al 18 gennaio 2025 saranno esposte sessanta fotografie, tutte in bianco e nero, che ripercorrono molti dei paesi in cui ha lavorato il fotografo siciliano e gli avvenimenti storici al centro dei suoi reportage. La mostra, La geometria e la compassione, a cura dell’autore e di Camillo Fornasieri, alterna testi e parole dello stesso Scianna in una narrazione commovente e personale.

L’esposizione si divide in otto capitoli che raccontano miseria, malattia, catastrofi, violenza, migrazioni, emarginazione, solitudine e morte. Una letteratura visuale che ripercorre mezzo mondo e restituisce la visione del fotografo. Etiopia, Sudan, Bangladesh, India, Vietnam, Stati Uniti, Italia, Francia, America Latina e Libano, uniti in un racconto che dipinge un toccante affresco della miseria umana. Davanti alla potenza degli scatti scelti incuriosisce il titolo dell’esposizione. È lo stesso Scianna a spiegarne il significato: “Niente si può esprimere senza geometria, senza forma, e la forma di ogni uomo e donna è la ricerca della felicità. Il dolore degli altri ci provoca compassione perché ci allontana dal diritto a essere felici. Con questa mostra e con il libro che l’accompagna ho voluto raccontare che anche nel più cupo dolore si scopre l’ansia di cercare la felicità”.

Il racconto dell’esperienza vissuta a Makalè, in Etiopia, è lo snodo centrale della mostra. Davanti alla necessità dei medici di scegliere quali bambini salvare e quali no il fotografo ha un crollo psicologico. “Troppo dolore” racconta. Non riesce più a scrivere e a fotografare. “Che senso ha fare foto in una situazione del genere?” si chiede. Cerca aiuto in un medico italiano, la sua risposta è dura: in un contesto simile un dottore non ha tempo di occuparsi delle crisi di un fotografo. Deve trovare una risposta da solo. “Fai il fotografo? – si chiede Scianna – Fallo bene allora. Cerca di mettere nelle tue foto la tua angoscia e la tua pietà. Non pretendere di cambiare il mondo con la tua fragilità. Non fuggire”. Ricomincia a scattare. “Tornai a fare il mio mestiere” conclude.

Nel racconto del fotografo non ci sono solo le grandi tragedie collettive. Trovano spazio anche le piccole fratture quotidiane dalle quali si distoglie spesso lo sguardo. È il caso del ritratto dell’anziana donna di Napoli che sembra tenersi per mano da sola per salvarsi dalla solitudine della vecchiaia. O l’immagina della signora palermitana con lo sguardo chino nel silenzio di una stanza da letto spoglia.

La compassione per Scianna non è un sentimento di autoassoluzione, ma un affetto che pone l’autore sullo stesso piano del soggetto fotografato. È il punto d’arrivo della consapevolezza: i due soggetti che si trovano ai lati opposti dell’obbiettivo condividono la medesima condizione umana. La geometria diventa quindi l’unico linguaggio possibile, una forma di rispetto per il dolore raccontato.

“Non si può esprimere nulla senza geometria. Nemmeno il dolore” scrive Scianna. Nemmeno davanti alle immagini strazianti del Bangladesh o dei malati in India sembra mancare questa consapevolezza. La fotografia della bambina vietnamita, che compare sulla locandina della mostra, è esemplificativa: in un istituto fatiscente che assomiglia a una prigione, Scianna la ritrae in un momento di spensieratezza mentre gioca con due pezzi di legno.

La mostra diventa così “un’occasione per riflettere sul ruolo della fotografia nel mondo contemporaneo – scrive Fornasieri nell’introduzione al percorso – perché l’autore si chiede quale sia il suo senso proprio dall’incontro con la condizione umana”. Scianna stesso si interroga sul ruolo del proprio lavoro, sul rischio che le immagini sostituiscano la realtà, rinchiudendo il dramma della povertà e della guerra nella sfera mediatica. Il dolore così si allontana, la coscienza di chi sente le notizie rimane protetta.

“La fotografia non ha il potere di cambiare il mondo – continua Fornasieri – ma può aiutare a vedere ciò che spesso scegliamo di ignorare”. Le immagini di Scianna obbligano lo spettatore a fissare lo sguardo là dove non vorrebbe soffermarsi. Raccontano la realtà tangibile del dolore, costringendoci a fare i conti con il dramma di un’umanità che è anche nostra.