Roberta Pinotti, deputata e senatrice della Repubblica. È stata la prima donna a ricoprire l’incarico di ministro della difesa. Attualmente è presidente della Fondazione del Polo Nazionale della Dimensione Subacquea.

 

Come è nata la sua passione per la politica, e quali sono stati i punti di riferimento che hanno guidato il suo percorso?

È lo scautismo il contesto in cui nasce la mia passione per la politica: ho fatto tutto il percorso, prima nell’Agi e poi nell’Agesci, dalle coccinelle fino a diventare capo. Soprattutto durante l’esperienza di capo reparto, lavorando sul progetto educativo e sull’analisi d’ambiente, ho imparato a guardare al contesto e a capire come può trasformare la vita e i destini delle persone. Questa è stata la molla che mi ha fatto comprendere come l’agire politico sia estremamente importante per tutti.

La prima candidatura arrivò nel 1990, non per desiderio individuale ma su richiesta del Partito Comunista Italiano, che stava cambiando e aprendosi ad altri mondi come quello cattolico e dell’ambientalismo. Chiesero alla nostra comunità capi degli scout di Sampierdarena di esprimere un nome per le elezioni circoscrizionali e la scelta cadde su di me. Inizialmente fu casuale, poi da quel momento la politica è diventata una passione profonda, coerente con il motto di Baden-Powell: lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato.

Lei è stata la prima donna a ricoprire la carica di ministro della Difesa: quali cambiamenti ha osservato nel percorso di integrazione delle donne nelle Forze Armate italiane e quali ritiene ancora necessari? Quale è stata la sfida più complessa che ha dovuto affrontare?

In Italia l’apertura arriva in ritardo, nel 2000, con il primo concorso nel 2001. Si è però scelto un sistema di integrazione completo, senza limitazioni di ruolo eccetto inizialmente per i sommergibilisti e le forze speciali. Man mano questi limiti sono caduti, anche grazie alla determinazione delle donne che chiedevano accesso a tutto. Oggi anche per le forze speciali le donne sono in grado di superare le prove fisiche con grande volontà.

La percentuale delle donne nelle forze armate resta sotto al 10%, numeri ridotti rispetto alle aspettative iniziali. C’è una difficoltà oggettiva nel rendere compatibile questa professione con le scelte di vita: la maternità può essere più complessa e bisogna ancora costruire tutele perché l’aspettativa non rallenti la carriera. Do comunque un giudizio positivo del processo di integrazione. Con l’inserimento delle donne è sparito o si è limitato molto il fenomeno del nonnismo.

La sfida più complessa che ho affrontato è stata il rapporto con l’opinione pubblica: occuparsi di difesa in Italia non è molto accettato, soprattutto nel centrosinistra per la forte tradizione pacifista. C’è un grande ritardo nello spiegare che la difesa è pienamente costituzionale, citata in più articoli. Difendersi non è attaccare: garantire la protezione dei cittadini è un compito dello Stato, non dovrebbe essere considerato “lo scarto del diavolo” ma uno dei fondamenti dello Stato.

Quali sono oggi le principali minacce alla sicurezza e quale ruolo può avere l’Italia nella pace?

La sicurezza dell’Italia è strettamente legata a quella dell’Europa. Chi immagina un ritorno al nazionalismo indebolisce il nostro Paese. L’UE vive una fragilità strutturale dovuta alla lentezza decisionale e alla mancanza di integrazione, che la espone alle pressioni di potenze come Cina, Russia e Stati Uniti. È in corso un conflitto tra autocrazie e democrazie, combattuto anche attraverso guerre ibride, campagne di disinformazione e attacchi cyber. Le minacce sono rapide e pervasive: dallo spazio al dominio sottomarino, fino alle infrastrutture digitali. L’Italia deve contribuire alla costruzione di una difesa europea credibile, forte della professionalità e dell’umanità dimostrate dai suoi militari nelle missioni internazionali, spesso decisive nei processi di stabilizzazione e ricomposizione della pace.

Quali riforme e investimenti ritiene prioritari per una Difesa moderna?

È essenziale proseguire nel percorso di integrazione europea all’interno della NATO e investire con decisione nei nuovi domini strategici: spazio, underwater, cyber e intelligenza artificiale. Il conflitto in Ucraina ha mostrato che la difesa contemporanea combina armamenti tradizionali e tecnologie avanzate come droni, sistemi cyber e capacità di contrasto alle minacce ibride. Serve una difesa a 360 gradi, capace di rispondere a scenari complessi e in continua evoluzione.

Quale messaggio vuole affidare alle giovani generazioni?

Mi sono sempre sentita un’educatrice: aiutare i giovani a trovare la propria strada è parte del mio modo di vivere la politica. Credo profondamente che la politica non sia qualcosa di negativo, ma uno strumento straordinario per cambiare le cose, se usato con valori e responsabilità. Il potere non è diabolico in sé: lo diventa se usato per fini personali, mentre può essere prezioso se orientato al bene comune. Ai giovani dico di non perdere mai se stessi, di interrogarsi sulle motivazioni profonde delle proprie scelte e di mantenere umiltà anche nei ruoli più importanti. La competenza è fondamentale: qualunque ambito si scelga, va conosciuto a fondo. E, nonostante le difficoltà del presente, continuo a credere che impegnarsi valga sempre, perché rende più consapevoli e migliori.