“La domanda è solo una, papà: di chi sono i nostri giorni?” è la “provocazione” che Dorotea De Santis rivolge al padre Mariano, dubbioso davanti alle ultime decisioni da prendere al crepuscolo del suo mandato quirinalizio. Mariano De Sanctis è l’immaginario Presidente della Repubblica italiana, raccontato da Paolo Sorrentino nel suo ultimo film La Grazia. Il film, che ha aperto la mostra del cinema di Venezia, è arrivato nelle sale il 15 gennaio 2026. La storia ruota attorno alla figura dell’anziano presidente, interpretato da Toni Servillo, ritratto durante gli ultimi sei mesi da inquilino del Quirinale, il cosiddetto “semestre bianco”.

Soprannominato dai colleghi “cemento armato” per la rigidità dei modi, De Santis-Servillo è un affermato giurista, luminare del diritto penale, cattolico e vedovo che si trova ad affrontare alcune decisioni impreviste: sulla sua scrivania arrivano infatti la legge sull’eutanasia, a cui lavora con dedizione la figlia (anche lei giurista), e due richieste di grazia per due condannati per omicidio. A provare scalfire la sua granitica imperturbabilità, oltre alle scelte da prendere, è anche il rapporto con Dorotea, interpretata da Anna Ferzetti.

Nonostante sia ambientato nelle stanze del potere romano, al centro del film non c’è la politica ma l’umanità e la psicologia del protagonista. I palazzi rimangono sullo sfondo. Le inquadrature che raccontano la città eterna sono sempre dall’alto, dai tetti del Quirinale o dietro il vetro di una finestra. Gli unici luoghi in cui vediamo immergersi il presidente De Sanctis sono il Piemonte, luogo della sua giovinezza dove conobbe l’adorata defunta moglie Aurora, e il carcere Lorusso e Cutugno, dove i due condannati stanno scontando la pena.

Più che il ritratto di un presidente, il film è una riflessione sul tempo. Ciascuno dei protagonisti vive un tempo immobile, scollato dalla realtà: De Sanctis è immerso nel dialogo continuo con una moglie che non c’è più, intrappolato nel tormento di un tradimento subito 40 anni prima; la figlia è bloccata in un presente sempre uguale a sé stesso, che non le appartiene, nel tentativo di essere all’altezza delle aspettative paterne; i due carcerati vivono nel limbo della vita dietro le sbarre, sospesi tra il ricordo del crimine commesso e un futuro dai contorni indefiniti, rappresentato dalla possibile di ricevere la grazia dal presidente.

L’incontro tra queste vicende innesta il movimento che attraversa tutti i protagonisti. Dall’incontro fortuito di queste storie si apre l’altro grande tema del film: il dubbio. La durezza, di cui sembra essere fatto il protagonista, si sgretola di fronte alle domande di Dorotea, alle proprie insicurezze sul rapporto tra verità e diritto e dall’osservare da vicino le storie dei condannati. Il già saputo viene messo in discussione, dal padre quanto dalla figlia che arrivano, finalmente, a scegliere come si evince anche dai titoli di coda.

La rottura definitiva del “cemento armato” si ha nella riconciliazione con il ricordo del tradimento della moglie soprattutto nel dialogo tra Servillo e la direttrice di Vogue. Un ribaltamento narrativo: all’inizio del film vediamo il presidente cercare di sottrarsi in tutti i modi all’intervista, nelle ultime scene è lui stesso a vincere le resistenze e a chiamare la giornalista durante il suo primo giorno di pensione. A lei consegna il momento più umano: il ricordo commosso di Aurora e del loro amore che ha determinato la sua esistenza. Sorrentino, verso la fine del film, ci dice i nostri giorni sono “soltanto nostri”. Forse, sarebbe più corretto dire che i “nostri giorni” sono (davvero) solo di chi ama.