Nei giorni scorsi il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha pubblicato un’anticipazione dei dati della nuova indagine ESPAD Italia 2025. Si tratta dell’European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs, una delle più ampie ricerche europee sui comportamenti a rischio, che coinvolge migliaia di studenti tra i 15 e i 19 anni e monitora nel tempo consumi, stili di vita e nuove forme di dipendenza. Proprio grazie a questa ampiezza e continuità, lo studio offre oggi uno spaccato aggiornato e per certi versi allarmante sulle abitudini degli adolescenti italiani. Ne emerge un quadro che va ben oltre le categorie tradizionali della dipendenza: se da un lato circa un adolescente su quattro riferisce episodi di binge drinking nell’ultimo mese e una quota significativa – attorno al 20% – ha fatto uso di cannabis almeno una volta nell’ultimo anno, dall’altro un dato rilevante è lo spostamento progressivo verso comportamenti compulsivi e nuove forme di dipendenza. Ma il dato più rilevante non è solo nella diffusione delle sostanze: è nello spostamento progressivo verso comportamenti compulsivi e nuove forme di dipendenza.

Quando si parla di “dipendenze” si pensa istintivamente alla droga o all’alcol. E, in effetti, lo sono. Ma non esauriscono più il preoccupante elenco di ciò che può creare dipendenza e sfociare in una patologia. Oggi sono molti di più i fattori che incidono sui comportamenti individuali: su tutti, il mondo del web e il suo utilizzo pervasivo. Non si tratta soltanto di strumenti, ma di ambienti nei quali si costruiscono identità, relazioni, aspettative. Ed è proprio qui che il confine tra uso e abuso diventa sempre più sfumato. Per il 61% degli adolescenti italiani la rete è diventata un ambiente che può ospitare una profonda vulnerabilità, dove l’iperconnessione si può tradurre in un isolamento silenzioso che spinge oltre 50.000 giovani al ritiro sociale.

I dati ESPAD segnalano infatti un aumento significativo del tempo trascorso online e una crescente difficoltà, soprattutto tra i più giovani, a regolare l’uso dei dispositivi digitali. Una quota non marginale di studenti mostra comportamenti compatibili con forme di dipendenza da social media o da gaming, con effetti concreti su sonno, rendimento scolastico e benessere psicologico. In alcuni casi si parla già apertamente di uso problematico, con percentuali che sfiorano il 15% per l’uso eccessivo dei videogiochi e dei social.

Accanto a queste dinamiche, si consolidano altre forme di dipendenza comportamentale: il gioco d’azzardo, che continua a coinvolgere una fascia non trascurabile di adolescenti; lo shopping compulsivo, sempre più facilitato dalle piattaforme digitali; fino a fenomeni meno visibili ma altrettanto insidiosi come la dipendenza affettiva o la ricerca compulsiva di approvazione online. Si tratta di comportamenti diversi, ma accomunati da una stessa matrice: la difficoltà di gestione del sé in un contesto iperstimolante e iperconnesso.

In questo senso, le dipendenze comportamentali non sono semplicemente nuove “abitudini sbagliate”, ma sintomi di un malessere più profondo e diffuso. Un malessere che riguarda soprattutto i giovani, esposti a una pressione costante: performare, apparire, essere sempre connessi. Il rischio è che la dipendenza diventi una risposta adattiva, una strategia – disfunzionale – per reggere il peso di aspettative sempre più elevate e spesso irrealistiche.

Il dato sanitario, dunque, si intreccia con una questione culturale. Non basta intervenire sui comportamenti individuali, se non si agisce anche sui contesti che li generano e li alimentano. La prevenzione non può limitarsi all’informazione sui rischi, ma deve includere educazione emotiva, alfabetizzazione digitale, rafforzamento delle relazioni sociali. In altre parole, bisogna costruire alternative credibili alla dipendenza.

Il costo di questa trasformazione, se ignorata, è destinato a crescere: non solo in termini economici per il sistema sanitario, ma soprattutto in termini di qualità della vita e coesione sociale. Le dipendenze, vecchie e nuove, ci obbligano a riconsiderare il modo in cui definiamo il benessere e il rapporto tra libertà individuale e responsabilità collettiva.

I dati del CNR, più che una fotografia statica, rappresentano un segnale dinamico: raccontano una transizione in atto, in cui le dipendenze si moltiplicano e cambiano forma. Capirle oggi significa non inseguire il fenomeno domani, ma provare a governarlo, riconoscendo che dietro ogni comportamento compulsivo c’è una richiesta di aiuto che la società non può più permettersi di ignorare.