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Abitare i vuoti, frequentare la vita

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Molto spesso tendiamo a chiamare “errore” ciò che ci fa male chiamare “fallimento”. Per dargli un nome più “piccolo”, per non sentirne tutto il peso, per usare più benevolenza con noi stessi.

Dovremmo leggere, però, una sottile sfumatura di significato, che è quella che porta a pensare che l’errore promette una soluzione, può essere corretto, controllato, spiegato. Ma come spieghiamo un fallimento? Come facciamo a  colmare silenziosamente un vuoto? Ebbene, lo si attraversa.

La fragilità subentra nel momento in cui smettiamo di sapere cosa fare, così come la crisi nasce quando qualcosa succede in ognuno di noi, quando si rompono le corde tese dell’anima, quando il corpo necessita di un mutamento di rotta.

La crisi – è inevitabile – ci cambia. E quella maschera così spessa, che sino ad allora abbiamo indossato, cede al suo peso e cade. In quell’istante, noi vediamo la crisi come un momento di fine, di profonda debolezza, quando, invece, bisognerebbe cambiare prospettiva e percepirla come un passaggio obbligato verso una forma più alta di esistenza.

La mia riflessione prende spunto dal testo forse più enigmatico della Bibbia, Qohelet, uno dei sette Libri Sapienziali, che ci invita a rispondere ad una domanda: nel distinguere la fine dal fine, l’uomo vede nella crisi la disperazione o riconosce una (nuova) libertà di scelta? Nel Qohelet si legge che aspettiamo la “pienezza dei tempi”.

Alla domanda iniziale, pertanto, sarebbe opportuno rispondere che la fine è il luogo in cui qualcosa termina, mentre il fine, al contrario, è ciò che orienta, è la direzione, il senso, la domanda radicale “Per cosa stiamo vivendo?”. La crisi è un discernimento tra ciò che è superfluo e ciò che è essenziale, tra ciò che non coincide  più con quello che siamo e ciò che serve per essere chi vogliamo; è una rottura interna al nostro io che impone una scelta obbligata. Siamo chiamati a scegliere tra la disperazione o la libertà, tra una resistenza sterile o una ripartenza consapevole.

Qohelet dice, infatti, che la vita non è una corsa verso il nulla, poiché per quanto breve possa essere non è mai banale e sebbene noi non possediamo il potere di fermare il tempo, possiamo però decidere come attraversarlo, come occupare consapevolmente ogni suo frammento. È solo così che ne riconosciamo il valore: Abitare i vuoti e frequentare la vita.

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