In Europa ogni anno vengono gettate via 5 milioni di tonnellate tra vestiti e calzature, circa 12 chili per persona. L’80% di questi scarti finisce in inceneritori, discariche o in paesi del sud del mondo. Il 25% dei capi di abbigliamento prodotti nel mondo rimane invenduto e meno dell’1% dei vecchi abiti viene usato per produrre nuovi vestiti. Questo è quanto emerge dai dati riportati da Greenpeace qualche mese fa. Dopo l’automobile e l’elettronica, il tessile è il terzo comparto industriale del pianeta. Composto da una lunghissima filiera di produzione, che parte dalla coltivazione o dall’allevamento per l’estrazione delle fibre fino ad arrivare alla distribuzione dei capi sul mercato, il settore richiede un grande dispendio di energia, di acqua e di risorse risultando una tra le industrie più inquinanti al mondo. Ma l’impatto ambientale non è l’unico dei problemi posti da questo mercato.
Un altro motivo di preoccupazione riguarda lo sfruttamento dei lavoratori e della mano d’opera a basso costo. Un fenomeno che si accompagna spesso a condizioni di sicurezza precarie sui luoghi di lavoro. Molti laboratori, infatti, sono situati in paesi in via di sviluppo dove i controlli per le grandi aziende sono meno stringenti. Tristemente famoso rimane il disastro del Rana Plaza, un complesso commerciale a Sara in Bangladesh, in cui oltre 1100 persone persero la vita. Molti di loro erano operai dell’industria tessile. L’edificio infatti ospitava ben cinque diverse fabbriche destinate alla produzione di capi fast fashion destinati ai mercati occidentali. Un ulteriore elemento critico, riguarda lo sfruttamento della mano d’opera minorile. Un fenomeno ancora attuale in molti Paesi e che coinvolge anche i colossi del fast fashion, come testimoniano i dati riportati da Action Aid.
Grazie all’aumento del potere d’acquisto delle persone e ad un processo che alcuni definiscono di “democratizzazione” del mondo della moda, le persone si sono abituate a comprare molti più capi rispetto al passato. Eppure, questi indumenti hanno spesso vita breve. Nella maggior parte dei casi i vestiti, dopo l’acquisto, vengono indossati meno di una decina di volte prima di essere gettati via. Con l’arrivo dei colossi fast fashion nel mercato della moda si è introdotto un modo di comprare compulsivo, che crea a ritmo frenetico nuovi bisogni da soddisfare, accompagnato da marketing spesso ingannevole. Centinaia di negozi, fintamente lussuosi, in cui trovano costantemente collezioni differenti con capi accessibili e di scarsa qualità: un unico modello di business che riassume il livello massimo del consumismo.
Il punto centrale di queste enormi catene monomarca non è né il prodotto né il consumatore, bensì la promessa illusoria di soddisfare le aspirazioni tramite l’acquisto di un determinato capo che non vale in sé, ma in quanto affermazione sociale. Questa mentalità rischia di compromettere il pluralismo dell’offerta e degli operatori del settore. I dati pubblicati da Confartigianato sembrano confermare questa tendenza. Nel 2024 i ricavi del settore moda hanno registrato una flessione importante. Il rallentamento economico è più sentita dal sistema della piccola impresa e dall’artigianato, che faticano a stare al passato di un mercato “drogato” da prodotti insostenibili a livello di costi, di produzione e anche ambientale. Un giro d’affari che, riporta Il fatto quotidiano, arriverà a pesare per 185 miliardi di dollari nel 2027.