Il discorso pronunciato da Mario Draghi ad Aquisgrana lo scorso 14 maggio, in occasione del conferimento del premio “Carlo Magno”, suona come un manifesto politico sull’Europa dei prossimi anni. Non tanto per la retorica, quanto per la chiarezza con cui mette a fuoco una consapevolezza ormai inevitabile: ciò che ha garantito prosperità e sicurezza al Vecchio Continente non esiste più! La frase destinata a rimanere è probabilmente: “Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme”.
Con un ossimoro – che è risuonato tanto strano all’orecchio quanto veritiero alla mente (ma anche al cuore) di chi ha potuto ascoltare il discorso – Draghi descrive la condizione geopolitica dell’Europa contemporanea: un continente che scopre improvvisamente la propria vulnerabilità nella consapevolezza della necessità di agire come soggetto unitario.
Per decenni, infatti, l’Unione Europea ha potuto costruire il proprio modello economico e sociale all’interno di un equilibrio relativamente stabile, immaginato come uno “spazio post-storico”: protezione militare americana, globalizzazione aperta, energia a basso costo, fiducia nelle istituzioni multilaterali. Oggi, invece, tutti questi pilastri stanno vacillando, contemporaneamente. Il punto più interessante dell’intervento del nostro ex primo ministro è che la nota crisi europea (come ormai da tempo ammonisce) non viene descritta soltanto come economica e geopolitica, ma soprattutto come rappresentativa, che si manifesta e culmina nell’incapacità decisionale.
Le riflessioni sviluppate mettono in evidenza un paradosso che ci accompagna ormai da diversi anni: l’Europa è una grande potenza economica e commerciale, ma fatica a trasformare questa forza in potere politico e strategico.
Il mercato unico europeo continua a rappresentare uno degli spazi economici più avanzati al Mondo, ma la sua competitività si sta progressivamente indebolendo; non a caso, la crescita degli scambi intraunionali rallenta, la politica industriale resta frammentata e la capacità di risposta comune appare spesso insufficiente.
Nel frattempo, il contesto internazionale è cambiato radicalmente. Stati Uniti e Cina agiscono sempre più apertamente secondo logiche di competizione strategica: controllo delle tecnologie cruciali, sicurezza energetica, protezione delle filiere produttive, accaparramento incondizionato delle materie prime (oggi sempre più sinonimo di “terre rare”). L’Europa rischia quindi di trovarsi in una posizione subordinata proprio mentre aumenta la pressione esterna e proprio perché l’attuale architettura dell’Unione continua a rallentare l’assunzione di decisioni cruciali nei momenti in cui rapidità e coordinamento sono essenziali.
È in questo quadro che assume particolare rilievo una delle espressioni utilizzate da Draghi nel proprio discorso: il “federalismo pragmatico”, non per costruire un’Europa federale per principio, ma per dotarla in modo efficace di tutti quegli strumenti necessari all’agire comune a fronte grandi trasformazioni contemporanee a cui oggi è definitivamente chiamata (difesa comune, politica industriale, innovazione tecnologica, energia, sicurezza economica, etc.). Da qui l’aggettivo “pragmatico”: utilizzare tutte le potenzialità già presenti nei trattati europei, anche attraverso cooperazioni rafforzate tra i Paesi che intendono procedere più rapidamente, senza restare paralizzati dal principio dell’unanimità.
Ed è forse proprio questo il motivo per cui il discorso di Draghi ha avuto risonanza; descrive un cambiamento psicologico prima ancora che istituzionale. L’Europa apprende infatti che la neutralità geopolitica non è più possibile, e che è finita una lunga stagione di dipendenza strategica. Nel discorso di Draghi è, inoltre, presente un messaggio implicito rivolto alle leadership europee. L’Unione Europea ha dimostrato, durante le grandi crisi recenti, di poter compiere passi avanti impensabili fino a pochi anni fa: il Next Generation EU, il sostegno coordinato all’Ucraina, l’avvio di nuove politiche industriali europee.
Eppure, ogni avanzamento continua ad arrivare dentro logiche emergenziali, lente e spesso conflittuali. Il rischio – sottolinea l’ex premier – è che l’UE continui a reagire agli eventi senza mai riuscire ad anticiparli. Da questo punto di vista, il “federalismo pragmatico” appare meno come un progetto teorico e più come un metodo: costruire integrazione dove serve davvero, concentrandosi sulle capacità strategiche comuni. Per poter sostenere il rilancio del progetto europeo occorre sempre più valorizzare, con realismo, l’unità fondata sulla comune cultura democratica e sulla tutela della dignità della persona. Infatti, come la stessa storia europea ci insegna gli interessi convergenti possono costruire alleanze ma non possono fondare una politica comune di lungo periodo.
Draghi non promette che tutto andrà bene e non costruisce una narrazione ottimistica (artificiale); al contrario, riconosce apertamente che le trasformazioni saranno costose, politicamente controverse e culturalmente impegnative. Ciononostante, proprio in questa lucidità, emerge anche un elemento di speranza, in quanto gli europei stanno riscoprendo ciò che li unisce, non per idealismo, ma per necessità storica, a fronte di un’alternativa di mera irrilevanza internazionale.
Forse è questo il significato più profondo del suo discorso: l’Europa non può più limitarsi ad amministrare il presente, riducendo se stessa a spazio meramente economico alla mercé dell’altrui arbitrio, ma deve decidere se vuole diventare un soggetto politico-sociale-culturale, capace di incidere nella storia.