L’Antico Testamento incoraggia ad astenersi dal fare il male. Il Vangelo di Matteo (7, 12) compie un’evoluzione: Gesù esorta a fare del bene, “tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. Le Sacre Scritture hanno come perno le relazioni tra noi e Dio e le relazioni tra noi e il prossimo. Difatti, l’identità dell’uomo è stata definita per secoli dal legame con la società: la famiglia, la Chiesa, la classe sociale, i grandi partiti di massa. Oggi il senso di comunità è sempre più in crisi, mentre l’individualismo disegna sempre progressivamente le nostre vite. Ci è stato insegnato che dobbiamo essere brave persone, performanti, chiamate a perseguire i nostri obiettivi e di realizzarci, distinguendoci da tutti gli altri. Il nostro agire, segnato da successi e fallimenti, siamo spesso tentati di considerarlo come responsabilità unicamente personale, ignorando il contesto sociale. Siamo diventati competitivi e isolati. Se da un lato l’emancipazione dai vincoli tradizionali ha garantito una libertà di scelta senza precedenti, dall’altro ha generato una profonda crisi antropologica.
Siamo ancora in grado di offrirci agli altri? Di restituire il bene, di ascoltare, di servire?
Spesso si tende a confondere due parole, all’apparenza simili ma profondamente distinte: individualità e individualismo. La prima raccoglie le caratteristiche, le qualità e le attitudini proprie di una persona, che la rendono unica e irripetibile rispetto a qualsiasi altra. La seconda è la tendenza a mettere in primo piano i diritti, gli interessi e le esigenze del singolo individuo, a scapito del bene comune. Partendo dal presupposto che tutti noi tendiamo a mettere al primo posto noi stessi, anche senza accorgercene e senza che questo sia sbagliato. Spesso, però, si varca il limite di ciò che è accettabile.
Riusciamo a tracciare il confine tra la paura dell’essere vulnerabili e il costante superamento di quel limite etico invisibile, oltre il quale l’amor proprio sconfina nella patologia sociale?
In questo spaccato della nostra società, l’individuo si fa auto-sabotatore dei rapporti umani, creando attorno a sé un’aura di impotenza relazionale, come se per rimanere fedele a sé stesso debba inevitabilmente rinunciare alla socialità, alla confidenzialità e alla condivisione. Dunque, si sceglie sempre più spesso una solitudine subita, vissuta come se fosse una scelta caratteriale, o peggio, una imposizione mentale. Ci si addestra a non aver bisogno degli altri, non si accetta più il rischio di essere fragili, vulnerabili, disarmati. Si evita tutto ciò che può ferire, ci si illude di essere autosufficienti, e spesso l’incontro con l’altro è caratterizzato dal desiderio di mostrarsi più che dalla volontà di ascoltare e conoscere.
Non ci si piega alla debolezza, gli incontri non vengono più vissuti come possibilità, come opportunità di scoprire persone nuove, ma come un momento in cui si rischia di perdere la propria sicurezza personale. I rapporti sono sempre più funzionali e vissuti in maniera utilitaristica, raramente ci si confronta con l’altro con il reale desiderio di capire e sentire. Ecco, si fa tanta fatica a sentire. Si ha difficoltà a varcare i propri confini, che possono essere una protezione ma rischiano di diventare anche dei limiti.
La frattura è evidentissima. L’individualismo rischia di costruire una barriera tra l’io e il mondo, difficile da superare. L’illusione che ci offre è di proteggerci dal dolore, lusingandoci che l’essere umano viva indipendentemente dagli altri. L’individualismo ci porta a vivere su binari vicini ma diversi, come rette parallele che non si incontrano mai. L’egocentrismo tradisce la natura umana; induce a pensare che l’uomo funziona da solo in mezzo ad altre vite. Agisce indisturbato, allontana le persone, rimpicciolisce le cose, nega la stima e si traveste da emancipazione. Affitta un intero appartamento dentro di noi, con stanze piene di specchi, in cui l’altro entra solo se riflette l’immagine che abbiamo deciso di proiettare. Ha imparato a prendersi cura solo di sé. Ha negato l’empatia. Un falso alibi che ci rende uomini tragicamente insensibili, isolati e finiti.
Le ripercussioni di una cultura dell’individuo sui legami sociali possono essere disastrose ed è necessario chiedersi se esistano risposte sistemiche da parte della politica, della cultura e della società, volte a ricostruire le relazioni orientate all’altro e alla tutela del bene comune.
Nel contesto attuale, segnato da un’esponenziale velocità e da una liquidità dei valori, tutto ciò che per anni ha costituito la protezione di una vita sociale orientata alla emotività e alla relazionalità – la famiglia, lo Stato, le associazioni – si è svuotato. Di conseguenza, l’individuo si trova a metà tra un senso illusorio di libertà e la necessità di imporre l’io sugli altri. I rischi sono la reificazione dei rapporti interpersonali, legami mediati solo dalla tecnologia, analfabetismo emotivo e incapacità di amare.
La politica è chiamata a contrastare l’isolamento e a costruire luoghi relazionali di ascolto ed accoglienza emotiva, sostenendo la creazione di più spazi pubblici, centri culturali e parchi urbani. Nelle scuole sarebbe opportuno sostenere percorsi di educazione all’intelligenza emotiva, facendo comprendere come il dubbio sia un luogo da abitare e le fragilità siano i nostri punti di forza, capaci ad aiutarci a riscoprirci umani nell’incontro con l’altro. Solo riconoscendosi tutti come esseri umani, consapevoli e coscienti dei nostri limiti, si potrà comprendere la necessità e l’urgenza di costruire il bene comune, vissuto non come somma di interessi particolari ma come principio di tutela dell’umano.