Una giovane madre con il figlio attaccato al seno seduta dentro una tenda malconcia. Un uomo migrante si sistema la barba lungo ciglio della strada. Un grande cartello “I am an american” affisso sulla vetrina di un negozio californiano il giorno dopo l’attacco a Pearl Harbor. Le famiglie di origini giapponesi internate nei campi “di reinsediamento” dal governo statunitense durante il secondo conflitto mondiale. Sono queste alcune delle immagini iconiche del ‘900 americano raccontato da Dorothea Lange, esposte al Museo Diocesano “Carlo Maria Martini” di Milano. Il museo, in collaborazione con il Centro Italiano per la Fotografia di Torino, ha raccolto 140 scatti della fotografa americana nella mostra Dorothea Lange, curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi.
Originaria del New Jersey (1895), durante la sua vita Lange percorrerà gli Stati Uniti in lungo e in largo per documentare la condizione sociale ed economica delle classi più marginalizzate. Lange, dopo aver studiato fotografia a New York, inizia a lavorare come ritrattista. L’attualità entra però nel suo percorso professionale trasformandola in una testimone lucida degli eventi salienti della storia del paese. Tra gli anni ’30 e ’40 del Novecento racconta il crollo di Wall Street, le conseguenze della crisi economica sulla società statunitense e l’entrata in guerra del paese.
Le fotografie esposte al Museo Diocesano ruotano intorno a due nuclei tematici principali. Il primo è legato al lavoro svolto da Lange per la Farm Security Administration, agenzia governativa legata al New Deal, che affidò a più fotografi il compito di raccontare la povertà dilagante e le condizioni di vita precarie di migranti, contadini ed emarginati. Roy Emerson Stryker, l’allora direttore della sezione storica della FSA di Washington, D.C., in un’intervista sul progetto fotografico dell’agenzia descrisse Lange come “una persona piuttosto insolita. Era la vera matriarca della nostra organizzazione – aggiunge – se guardi le foto che ha fatto degli immigrati, la sua era la più grande collezione di immigrati”. A questa serie di scatti appartiene il ritratto iconico Migrant Mother che si può ammirare all’interno della mostra in tutta la sua malinconica bellezza.
Il secondo filone narrativo della mostra riguarda le fotografie realizzate su incarico governativo e dedicate al racconto di una pagina triste e poco conosciuta della storia americana. A seguito di Pearl Harbor e dell’entrata in guerra da parte degli Stati Uniti, il Presidente Roosevelt attraverso l’Ordine Esecutivo 9066 (febbraio 1942) autorizzò l’internamento in campi di prigionia della popolazione nippo-americana e dei giapponesi residenti sul suolo statunitense. Il fenomeno riguardò circa 120.000 persone. Molti scatti di Lange vennero censurati dal governo federale, rimanendo chiusi nell’archivio nazionale fino al 2006.
Ciò che colpisce delle fotografie esposte è la lucidità dello sguardo della donna e la statuaria dignità dei soggetti ritratti. Pur raccontando la difficoltà della segregazione raziale e della vita nelle aree più depresse del paese, la fotografa non rinuncia all’equilibrio della composizione e alla restituzione della realtà fattuale. Riesce così a dare vita ad un racconto, a metà tra la denuncia sociale e la documentazione storica, che non scade mai nella caricatura della povertà o nell’esibizionismo del dramma. È la stessa Lange a raccontarlo nei pannelli della mostra: “ho cercato davvero, di rivelare il più fedelmente possibile ogni persona che ho fotografato”.
Fonti: Intervista di storia orale con Roy Emerson Stryker, 1963-1965. Archivi di arte americana, Smithsonian Institution.