Sfruttamento del lavoro, migrazioni e tutela dell’ambiente raccontati per immagini. Sebastião Salgado ha saputo leggere e anticipare i cambiamenti dell’ultimo secolo, trasformando le sue opere in antologie delle ultime grandi rivoluzioni. Il fotografo brasiliano si è spento il 23 maggio, a 81 anni, a Parigi. Testimone instancabile delle luci e delle ombre dell’ultimo secolo, lascia dietro di sé una produzione fotografica enorme, rigorosamente in bianco e nero, sempre orientata a temi di rilevanza sociale. Le sue fotografie, veri e propri reportage umanitari, trascendono il fotogiornalismo tradizionale dando vita a una forma d’arte visiva capace di denuncia e, allo stesso tempo, di poesia.

Sebastião Salgado nasce a nasce l’8 febbraio 1944 ad Aimorés, nello stato di Mina Gerais (Brasile) in una famiglia di proprietari terrieri. Nutrito da ideali di giustizia sociale, aderisce ai movimenti di opposizione alla dittatura militare brasiliana. Sempre al suo fianco, anche nell’attivismo, la moglie Lélia Wanick, compagna di tutta la vita e curatrice della sua opera. I due giovani sposi sono però costretti a lasciare il Brasile a causa delle proprie posizioni politiche. Salgado prosegue la sua formazione a Parigi, dove ottiene un dottorato in economia. La fotografia arriva a lui quasi per caso. È grazie alla moglie, studentessa di Architettura, a portare nella loro casa parigina la prima macchina fotografica. Per il Salgado fu un colpo di fulmine.

Durante i suoi viaggi di lavoro in Africa, Salgado inizia a scattare. Ben presto comprende che la fotografia è il suo linguaggio, il suo sguardo sul mondo. Il fotografo sviluppa in questi anni un legame profondo con il continente africano, racconta a Repubblica: “Ho cominciato a fotografare in Africa, è lì che capii di essere un fotografo e non un economista o un funzionario di organizzazioni internazionali”. Grazie al sostegno di Wanick, coltiva la passione per la fotografia fino alla decisione di abbandonare definitivamente il precedente impiego per dedicarsi interamente al reportage. Lavora con diverse agenzie: prima Sygma, poi Gamma, e, dal 1979 al 1994, con Magnum Photos che lascerà per fondare Amazona Images in partnership con Lélia Wanick.

Il 1994 è un anno importante nella vita del fotografo, non solo per le scelte professionali. È l’anno del genocidio del Rwanda, paese che Salgado conosceva bene. Racconta in un’intervista a Mario Calabresi: “È stato il periodo più duro, ho documentato storie terribili: quello che ho visto nei miei molti viaggi nelle conseguenze del genocidio ruandese mi ha fatto perdere la fede nell’uomo e nel mondo. Sotto i miei occhi la gente moriva di colera, di diarrea, di ogni tipo di malattia, della violenza dei campi profughi”. Al ritorno da questo viaggio, inizia per Salgado un periodo di profonda crisi. “Alla fine di questo percorso stavo male – continua – la mia salute era a pezzi. Ho girato molti medici, finché uno mi ha detto: <Il problema è che tu hai troppa morte dentro>”. Smette di fotografe e combatte contro la depressione. Ritiratosi in Brasile, nella fazenda di famiglia, lavora la terra. Il contatto con la natura sana le ferite lasciate dalla violenza dell’uomo. Nasce l’idea di riforestare le terre di famiglia, devastate dalla deforestazione: prende vita l’Instituto Terra (1998), che ha contribuito a piantare milioni di alberi e a ricostituire l’ecosistema originario nella regione del Rio Doce. Da questa esperienza scaturisce l’intuizione che condizionerà gli ultimi vent’anni della sua produzione artistica.

Il progetto con cui ritorna sulla scena mondiale è Genesis (2013). Un poema visivo dedicato alla bellezza incontaminata del pianeta, alle popolazioni indigene e ai paesaggi non ancora intaccati dalla modernità. È la rinascita spirituale e artistica per Salgado: un inno alla Terra e un invito alla salvaguardia ambientale. A Genesis segue l’ultima enorme opera del fotografo: Amazônia. Un progetto durato sette anni, composto da più di 200 fotografie che racconta la fragile bellezza della foresta amazzonica. “Il paradiso esiste: è l’Amazonia” racconta il fotografo sempre a Calabresi. Le immagini mozzafiato della foresta sono uno schiaffo alle coscienze degli uomini che vedono nella terra una risorsa da sfruttare piuttosto che una vita da custodire.

Alle critiche di chi lo ha accusato di addolcire il dolore con la perfezione estetica Salgado, nell’intervista a Repubblica, rispondeva così: “Qualsiasi fotografia è estetica. Ma la gente qui da voi arriccia il naso, pensa che il brutto dovrebbe essere rappresentato in modo brutto. Ma la bellezza non è una proprietà esclusiva della bella gente nel Nord del pianeta. Non è una proprietà privata dei ricchi. Tutto il mondo è bello, tutti gli umani sono belli, il contenuto della bellezza è la dignità”. E ancora: “Perché le mie fotografie appaiono belle? Non perché hanno le luci giuste e la composizione perfetta, sono le persone che fotografo che le rendono belle, è la loro dignità di esseri umani”.

 

visitatori all’esposizione di Amazonia al Maxxi di Roma. Foto di Francesca Carenzi