Il 31 ottobre del 2000 il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite adottava la risoluzione 1325 riconoscendo, per la prima volta, l’importanza dell’inclusione di genere nei processi di pace e della protezione delle donne nei contesti di conflitto. La risoluzione 1325 (2000) è alla base di quell’insieme di risoluzioni, 9 in tutto, conosciuto come Agenda Donne, Pace e Sicurezza delle Nazioni Unite.

Come ogni anno viene diffuso il Women, Peace and Security (WPS) Report del Segretario Generale Onu sull’Agenda (S/2025/556). Nonostante siano passati 25 anni dall’adozione della risoluzione 1325 nel settore Pace e Sicurezza rimane ancora molto da fare per garantire l’effettiva inclusione delle donne. I dati illustrati nel documento lo dimostrano: nel 2024, circa 676 milioni di donne e ragazze vivevano a meno di 50 chilometri da un evento di conflitto armato letale. È la cifra più alta registrata dagli anni ’90 ad oggi.

Anche i numeri delle vittime tra la popolazione civile sono in costante aumento. Un dato che nel 2024 si è quasi quadruplicato rispetto ai due anni precedenti. Le donne in contesti di conflitto non solo sono vittime dirette della violenza della guerra, ma anche esposte alle conseguenze indirette delle guerre, dovute in particolare alla mancanza di assistenza medica e di accesso a presidi sanitari.

Un focus importante in questa analisi riguarda la violenza sessuale connessa a conflitti e gli stupri di guerra. Un fenomeno che include abusi, sfruttamento e tratta di esseri umani e che, stando ai dati Onu è aumentata del 87% nell’ultimo biennio. La violenza di genere si aggrava in contesti instabili, così come il rischio per migliaia di donne e ragazze di essere esposte a comportamenti violenti. In molti contesti di conflitto, lo stupro è utilizzato come vera e propria arma con conseguenze devastanti sul benessere fisico e psicologico delle vittime. Ad aprile di quest’anno Amnesty International ha pubblicato un report intitolato Ci hanno violentate tutte: violenza sessuale contro donne e ragazze in Sudan che testimonia le violenze, singole e di gruppo, perpetrare dei miliziani delle Rapid Support Forces (RSF) su donne e ragazze nel paese.

I numeri riportati nel documento delle Nazioni Uniti evidenziano una tendenza regressiva significativa nel rispetto dei diritti umani fondamentali. Per questo il Segretario generale mette in guardia dalla possibilità che i progressi fatti in tema di partecipazione di genere, diritti delle donne, tutele nelle zone di conflitto rischiano di andare perduti a causa di un contesto generale in cui domani violenza, l’instabilità politica e la regressione delle garanzie minime. L’aumento dei fattori di rischio per le donne e la loro esposizione alle conseguenze delle guerre è quindi direttamente legata ai cambiamenti del contesto globale. Il Global Peace Index 2025 indica un declino a livello globale. Attualmente il dato è più basso dalla fine della II Guerra Mondiale. “Nell’ultimo anno – si legge nel documento dell’Institute for Economics & Peace – 74 paesi hanno registrato un miglioramento, mentre 87 paesi hanno registrato un peggioramento in termini di pace. Attualmente sono 97 i paesi al mondo che sono meno pacifici rispetto a quando è stato introdotto l’indice nel 2008”.

Oltre alla protezione delle donne e alla prevenzione del rischio in contesti di conflitto, con l’adozione dell’Agenda WPS viene introdotto il tema della partecipazione femminile ai processi di peace building e peace keeping per correggere la sotto rappresentazione di genere nel mondo diplomatico, negoziale e nel settore sicurezza. Mettere al centro delle politiche di genere la partecipazione effettiva di donne e ragazze è il cuore della Risoluzione 1325, intuizione che purtroppo ha avuto non poche difficoltà attuative. Diversi studi dimostrano che quando le donne partecipano attivamente ai tavoli di negoziazione e alla stesura degli accordi di pace, i risultati positivi ci sono. Eppure, a parte pochi isolati casi positivi (come Cipro e Colombia) la parità di genere in questi contesti è ben lontana dall’essere raggiunta. Anzi, il Report evidenzia come la rappresentanza femminile in negoziati di pace, governi di transizione e missioni internazionali rimanga molto inferiore agli standard previsti dalla risoluzione 1325.

Tra le raccomandazioni per gli stati membri vengono riportati alcuni settori di intervento strategici per evitare una regressione rispetto ai progressi fatti. In particolare, i paesi vengono invitati a lavorare su un maggiore stanziamento di fondi nel settore, sull’applicare di sanzioni specifiche per le violazioni dei diritti delle donne e sul rafforzare l’analisi di genere nella risposta a crisi umanitarie. Con questo report il Segretario Onu lancia un allarme: in mancanza di una risposta internazionale chiara alle situazioni di crisi, i progressi fatti nell’ambito della partecipazione, della parità di genere e della tutela delle donne in zone di conflitto sono fortemente a rischio.