Una telefonata che salva la vita. Un gesto marginale, minuscolo, determina l’esistenza di Silvia Labayru. La giovane militante dei Montoneros, un gruppo armato di matrice peronista, nel 1967 ha vent’anni ed è incinta. Durante il regime del generale Videla viene sequestrata dall’esercito argentino ed è costretta a dare alla luce la figlia Vera su un tavolo di legno della ESMA, la Scuola di Meccanica della Marina. Un nome dietro cui si nasconde uno dei luoghi simbolo della repressione della dittatura. Da lì transitano migliaia di prigionieri politici, quasi nessuno dei loro ne esce vivo. Quasi nessuno, tranne lei.

Una sera di marzo del 1977, al telefono di casa Labayru risponde il colonnello Jorge Labayru, ufficiale dell’aeronautica argentina. Dall’altra parte del filo c’è l’uomo, l’ufficiale Acosta, che tiene la figlia prigioniera. Davanti alla reazione indignata del pilota che si scaglia contro i montoneros che hanno “traviato” una ragazza di buona figlia (di militari), Acosta decide di risparmiare la ragazza. Questo episodio casuale, determina la sopravvivenza della ragazza. Una coincidenza, un dettaglio minimale che segna la linea di demarcazione tra lei e le altre prigioniere. Dopo due anni di torture, violenze e un fittizio percorso di “rieducazione” Labayru viene rimessa in libertà e si trasferisce a Madrid. 

Ad aspettarla in Spagna c’è l’ombra del sospetto. Il dubbio che abbia tradito i compagni rivoluzionari per sopravvivere alla prigioni, serpeggia nella comunità degli esuli argentini. Silvia Labayru, giovane e bella, divenne il bersaglio di queste insinuazioni. Nonostante ciò, la donna riesce a ricostruirsi una vita grazie ad una piccola cerchia di amici rimasti fedeli. Ma il passato torna continuamente a bussare alla sua porta. Da un alto alcune figure della vita a Bueno Aires riappaiono nella sua vicenda personale, dall’altro a causa dei processi giudiziari a carico dei militari per gli abusi sessuali subiti dalle prigioniere del regime. Negli anni Duemila, in Argentina vengono infatti ripresi i procedimenti per i crimini avvenuti sotto la dittatura. Labayru è tra le donne che denunciano le violenze e partecipa al processo testimoniando contro i suoi aguzzini,

Leila Guerriero, giornalista e autrice argentina, ha fatto un lavoro straordinario riuscendo a consegnare al pubblico un libro indefinibile: un punto di equilibrio tra reportage e romanzo, tra psicanalisi e inchiesta. Quello che emerge è una scrittura schietta, a tratti dura, che non scade mai nel pietismo o nel sensazionalismo. Un ritratto stratificato e pieno di tensioni, il cui pregio maggiore  consiste nel saper restituire al lettore la complessità dell’esperienza umana. Silvia Labayru non è solo l’oggetto indagato, è anche relazione, in primis quella con l’autrice che, per due anni, l’ha intervistata. Guerriero, per accompagnare il racconto di Labayru, ha cercato e interpellato tutte le persone che hanno attraversato la sua vita presente e passata.

Il pensiero dell’autrice accompagna il pubblico nel ritmo discontinuo della narrazione e delle verità spezzate che, piano piano, compongono il mosaico dell’identità della protagonista. In questa vicenda non esistono bianchi o neri, solo infinite scale di grigi e di contraddizioni. L’autrice lascia volutamente spazio alle esitazioni, alle ambiguità, ai vuoti che accompagnano ogni ricostruzione del passato. Con La chiamata consegna una storia che, pagina dopo pagina, smette di appartenere soltanto all’Argentina per restituire al lettore una riflessione sull’identità e sulla memoria dal valore universale.