Una terra vicinissima, quasi a portata di mano, eppure lontanissima nella percezione della nostra classe dirigente e mediatica. La Libia, o meglio ciò che ne resta oggi, con il suo caos e la sua forza irrompe nelle nostre vite senza che esse se ne accorgano.

C’è un brano che, più di tanti saggi, restituisce l’essenza di quella distesa che un tempo arrivava fino al Limes Tripolitanus: Lettera al Governatore della Libia, scritta da Franco Battiato e cantata da Giuni Russo nel 1981. Era dedicata a Rodolfo Graziani, il maresciallo di ferro delle nostre guerre coloniali. Eppure, riascoltata oggi, sembra quasi profetica.

Perché dietro la musica c’è l’eco di un passato ingombrante, fatto di occupazioni, illusioni di potere, e una geografia che non smette di presentarci il conto. Il colonialismo di ieri, con tutte le sue ombre, ci ricorda che perfino dal caos può nascere un’aspirazione all’ordine e alla tutela dei popoli.  

Il presente assomiglia a come il brano di Battiato e Russo racconta la Libia: La fine dell’estate fu veloce nuvole nere in cielo e qualche foglia in terra, carico di lussuria si presentò l’autunno di Bengasi. Lo sai che è desiderio della mano l’impulso di toccarla. Ho scritto già una lettera al Governatore della Libia. I trafficanti d’armi occidentali passano coi ministri accanto alle frontiere, andate a far la guerra a Tripoli.

Nell’attuale contesto libico vi è il ritorno degli eterni imperi, Turchia e Russia. Nel 2011 – così come per la Crisi di Suez – Parigi e Londra, sottovalutando gli effetti dell’azione militare sulla Libia, hanno condotto Tripoli in una grande e perdurante instabilità, la quale ha consentito nel tempo l’aumento dell’influenza nel paese di Mosca ed Ankara.

La mancata armonia dei paesi occidentali e spesso la forte competizione interna ai paesi europei in ambito energetico hanno condotto ad un deterioramento dei rapporti dei paesi occidentali in Libia favorendo uno scenario politico interno frammentato con aree del paese sotto l’influenza di forze apertamente antioccidentali. Il quadrante libico appare esser in proiezione uno spazio che rischia di essere squisitamente contrario al rapporto atlantico e all’Italia, e possibile base di potenze appartenenti ad un contesto esterno al mondo democratico liberale.

La Libia del 2025 è un territorio conteso, privo di sovranità effettiva. Da un lato sopravvive il Governo di Unità Nazionale di Abdulhamid Dbeibah, sostenuto formalmente dalle Nazioni Unite ma privo di autorità reale su tutto il Paese, non essendo riuscito a estendere il proprio controllo oltre alcune aree della Tripolitania. Dall’altro, il generale Khalifa Haftar consolida la sua immagine di uomo forte del paese, in ragione di un rapporto privilegiato con la Russia, che ne fa il proprio punto d’appoggio nel Mediterraneo centrale.

Sul terreno, il conflitto politico si riflette nelle rivalità fra le milizie tripoline e misuratine, in bilico tra Dbeibah e Fathi Bashaga, a sua volta collegato a Haftar e alla Turchia. La frammentazione armata rende, quindi, impossibile una vera statualità, mentre la National Oil Corporation continua a esportare idrocarburi grazie alla protezione internazionale: unico collante che mantiene in vita il paese. Unico interesse vivo per le popolazioni europee, impegnate a monitorare altri conflitti. Come se poi fosse tutto scollegato.

Per le potenze esterne, la Libia è una posta strategica. La Russia sostiene Haftar per consolidare la propria penetrazione in Nord Africa e insidiare l’egemonia occidentale. Gli USA, con la nuova amministrazione, mantengono un approccio pragmatico, lasciando, spazio a intese locali più che a grandi disegni. Pur rendendo più saldo l’approccio occidentale, anche in coordinamento con Roma, Washington è impegnata in troppi contesti e troppe crisi per imprimere a oggi una svolta nel Nord Africa. L’Unione europea appare divisa, marginale e ai partners esterni risulta sempre più evidente una forte competizione al suo interno e la difficoltà a prendere decisioni unitarie all’esterno.

La visita del commissario europeo per gli Affari Interni e la Migrazione, Magnus Brunner, accompagnato dal ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi, nel luglio scorso, si è conclusa con un episodio significativo: le autorità libiche hanno dichiarato Piantedosi persona non grata all’aeroporto di Bengasi, impedendogli l’ingresso nel paese. L’accaduto ha evidenziato le difficoltà dell’Unione Europea nel consolidare un ruolo riconosciuto e stabile come attore geopolitico in una area, quella del Mediterraneo, di diretto interesse.

Plasticamente l’Unione europea, nasce nei Trattati e rallenta nell’iper-normativismo interno ad essa. L’Italia e l’Unione Europea non possono permettersi il lusso del disinteresse: dalla stabilità libica da cui dipendono gli approvvigionamenti energetici e la gestione dei flussi migratori. Da qui la necessità di dialogare con tutti, senza illusioni, cercando di restare dentro a un gioco che altri – da Mosca ad Ankara – stanno orientando con maggiore decisione. La Libia non rappresenta tanto una crisi regionale, quanto lo specchio della grande difficoltà europea di incidere nel Mediterraneo, quadrante marittimo vitale.

Per Roma, la questione libica rappresenta un punto centrale della politica estera italiana, non solo perché la crescita economica italiana passa attraverso gli approvvigionamenti di idrocarburi di cui la Libia è ricca, ma soprattutto, perché l’instabilità di Tripoli rappresenta una minaccia concreta alla sicurezza italiana.

La Libia, inoltre, è un affare e centro di interesse per tutti, esclusi i Libici. La Libia oggi non vive una semplice fase di transizione, bensì l’ennesima sospensione della propria statualità. Il territorio resta diviso tra due poli incapaci di imporsi l’uno sull’altro, mentre le potenze straniere ne fanno un’arena di competizione per proiezione nel Mediterraneo. È questa dinamica, più che le fragilità interne, a determinare il destino del paese. L’auspicata stabilizzazione probabilmente non dipenderà dai libici, ma dall’eventuale convergenza o conflitto tra gli attori esterni che oggi ne condizionano ogni equilibrio. Eppure, la ricerca del destinatario di una “Lettera al Governatore della Libia” resta il malinconico desiderio di una comunità internazionale che con il “ritorno della storia” deve far i conti con la cruda realtà, tracciata da sangue e impeti di dominio.