Il 27 ottobre, dopo 500 giorni di assedio, le Forze di supporto rapido (Rsf) hanno dichiarato di aver conquistato El Fasher, capitale dello stato del Darfur Settentrionale, in Sudan. Le Forze armate sudanesi (Saf) fedeli al governo sono state sconfitte. Le Nazioni Unite stimano che circa 26.000 civili siano riusciti a lasciare la città. Ma oltre 260.000 persone (di cui 130.000 sembra siano bambini) sono bloccate in condizioni di estrema pericolosità e con i servizi sanitari al collasso. Dal campo arrivano testimonianze atroci: esecuzioni sommarie su base etnica e una popolazione stremata dalla fame. Francesco Lanino, Vicedirettore nazionale dei programmi e delle operazioni per Save the Children in Sudan, parla di “una catastrofe umanitaria che il mondo non può permettersi di ignorare”. Nella giornata di martedì i miliziani delle Rsf hanno massacrato più di 460 persone tra pazienti e familiari in visita al Saudi Maternity Hospital, l’ultimo ospedale funzionante della città, e hanno rapito 6 membri del personale sanitario, come riporta WHO. Il giornalista Moamar Ibrahim, corrispondente di Al Jazeera, a El Fasher è stato rapito dalle Rsf. Ibrahim era l’unico giornalista a realizzare reportage televisivi quotidiani dall’interno della città assediata.

Uomini che indossano le divise delle Rsf si filmano mentre massacrano la popolazione inerme. I video delle loro “gesta” finiscono nei canali Telegram e sui loro profili social. Un uomo in particolare sembra apparire in diversi video, si tratterebbe del brigadiere generale delle Rsf, conosciuto come “Issa Abu Lulu”, in passato accusato di aver commesso crimini contro l’umanità. Quello che visto dallo schermo sembra un macabro videogioco, è la realtà disperata che stanno affrontando migliaia di persone. Lo Humanitarian Research Lab di Yale conferma di avere le prove dei massacri di massa in corso. Dalle immagini satellitari potrebbero essere state individuate alcune fosse comuni, le tombe delle esecuzioni sommarie per “ripulire” la popolazione sudanese non araba.

Le Rsf nascono dalle ceneri dei “Janjaweed”, le ex milizie arabe che in passato hanno ucciso centinaia di migliaia di abitanti del Darfur. Oggi sono guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo (conosciuto come “Hemeti”), ex alleato dell’attuale capo di Stato de facto del paese, il generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan. I due militari, in seguito alla destituzione di Ahmed Awad Ibn Auf (capo del governo sudanese in seguito alla caduta del regime di Omar Al-Bashir) avevano tentato di stabilire un accordo per mettere fine all’instabilità politica. Punto fondamentale della controversia tra Burhan e Dagalo, che presiedevano insieme il Consiglio di Stato, riguardava il riassorbimento le Rsf all’interno dell’esercito regolare sudanese. Gli sforzi per trovare un accordo fra le due fazioni armate che controllavano il paese fallirono. Il 15 aprile del 2023 inizia la guerra a cui ancora oggi stiamo assistendo. Entrambe le fazioni sono accusate di aver commesso atrocità contro i civili, crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.

Al complesso scenario politico del paese si aggiungono le pressioni e le influenze di Stati stranieri, interessati alle risorse naturali sudanesi come oro, legname, minerali e petrolio. Diverse conferme sono arrivate in merito al coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti al fianco delle Rsf che vengono foraggiate attraverso i rifornimenti di armi e munizioni filtrati attraverso il Ciad. Una fonte di intelligence ha confermato a Sky che dietro i massacri di Dagalo e dei suoi uomini c’è la mano di Abu Dhabi, che però nega qualsiasi coinvolgimento. Già ad aprile, The Guardian ha riferito di un rapporto delle Nazioni Unite che sollevava interrogativi su voli cargo sospetti provenienti dagli Emirati Arabi Uniti in Ciad. Sempre il giornale britannico in questi ultimi giorni ha rivelato che tra gli armamenti delle Rsf sono presenti anche armi britanniche che sembrerebbero essere state vendute agli Emirati, e da questi passate ai miliziani.

Le organizzazioni umanitarie stanno denunciando con forza quanto sta accadendo nel Paese. Il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha condannato l’assalto alla città e ha espresso forti preoccupazioni per la condizione dei civili. L’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti umani lancia l’allarme su esecuzioni su base etnica. Al momento non sembra però che la comunità internazionale voglia agire in qualche modo per placare un conflitto che da due anni, nel silenzio generale, ha provocato più di 150mila persone e 13 milioni di sfollati.