La proprietà privata è il prototipo dei diritti di libertà, è infatti un’estensione del lavoro e uno strumento di tutela della persona. Rappresenta anche un valore sociale, richiamato nell’art. 42 della Costituzione, in quanto la relazione tra le persone si fonda anche mediante la fruizione “condivisa” della proprietà privata.
La funzione sociale del diritto di proprietà – così come sviluppato nella Dottrina Sociale della Chiesa ed enunciato nel dettato costituzionale -, deve essere intesa non come limite all’esercizio dello stesso, ma come l’espressione dell’esigenza di destinare le risorse economiche a beneficio della collettività. La funzione sociale del diritto di proprietà trova riconoscimento sovranazionale anche nella giurisprudenza della Corte di Giustizia europea, in quanto principio generale per il raggiungimento degli scopi dell’Unione.
Nell’immaginario collettivo si è soliti identificare la proprietà privata con i grandi patrimoni immobiliari detenuti dai fondi di investimento, non tenendo conto del reale grado di diffusione individuale. In Italia la maggior parte del patrimonio immobiliare è detenuto da persone appartenenti ad una fascia di reddito medio bassa che sono proprietarie di singoli immobili, come ad esempio la casa della propria famiglia. Questa proprietà rappresenta una fonte di sostentamento diretto e in molti casi funge da cuscinetto contro la povertà.
I governi dovrebbero attuare politiche economiche capaci di ridurre questo divario economico e sociale, immettendo nuovi immobili in locazione mediante una riqualificazione del patrimonio immobiliare pubblico, e non, come invece sta avvenendo, concentrandosi sull’aumento della tassazione della proprietà. L’adozione di strumenti “tassativi”, come l’Imu (Imposta municipale propria), potrebbe determinare, paradossalmente, una minore fruizione dei beni, una contrazione del mercato immobiliare ed un aumento dei canoni di locazione, oltre ad un maggiore deterioramento del patrimonio immobiliare stesso.