Il Medio oriente si caratterizza per la competizione tra l’Arabia Saudita e l’Iran. In questo scenario, l’Arabia Saudita, storicamente, intrattiene stretti rapporti nel settore della difesa con gli Stati Uniti, mentre l’Iran ormai dal lontano 1979 ha azzerato quasi completamente i rapporti diplomatici con Washington e rappresenta alleato stabile della Russia.
La Repubblica Popolare Cinese, ponendosi come alternativa al modello statunitense in una prospettiva bipolare del sistema internazionale, persegue una politica estera volta alla critica aperta del modello di Washington accusato di perseguire una visione di egemonia politica, economica e culturale.
Le forti interconnessioni commerciali, la prospettiva di incrementarle con la realizzazione della Belt and Road Initiative e la volontà di rafforzare la propria posizione di potenza globale in una condizione di parità con gli Stati Uniti hanno consentito alla Cina di ricoprire il ruolo di garante tra i due Stati e superare le profonde divisioni legate alla natura sciita e repubblicana dell’Iran e sunnita e reale dell’Arabia Saudita.
Infatti, la dottrina ispirata alla non interferenza nella politica interna dei singoli Stati e all’implementazione dei rapporti commerciali ha consentito a Pechino di divenire il primo partner commerciale sia dell’Arabia Saudita che dell’Iran, entrambe tra i maggiori esportatori al mondo di petrolio.
Il 20% delle esportazioni saudite sono destinate alla Cina, mentre il 22.1% delle merci importate da Riyad provengono dalla Repubblica Popolare. Con Teheran, i rapporti commerciali sono ancora più forti, il 54.4% delle esportazioni sono verso Pechino da cui provengono il 33.6% delle importazioni.
Dall’Altro lato, la politica statunitense si caratterizza per la continuità strategica, basata sulla priorità alla competizione con la Cina, ritenuta la principale minacce all’ordine internazionale a guida statunitense. L’Indo-Pacifico continua ad essere individuato come quadrante strategico vitale per gli interessi statunitensi con il graduale disimpegno dal Medio Oriente.
Infatti, sebbene gli USA rappresentino uno dei maggiori fornitori in ambito di difesa degli stati del Medio Oriente, con la presenza di numerose basi militari nella penisola Arabica, nel corso degli ultimi anni Washington ha ridotto notevolmente i propri rapporti commerciali con i paesi arabi.
Caso emblematico l’Arabia Saudita, la quale, nel 2010 esportava verso gli USA il 12.2% dei propri prodotti, mentre nel 2020, esporta solo il 5.3%. Ed ancora, lo stato Arabo nel 2010 importava dagli USA il 10.4% dei prodotti esteri, mentre nel 2020 l’Arabia Saudita ne importa solo il 7.5%.
Inoltre, gli Stati Uniti perseguono una politica estera volta all’integrazione all’interno del proprio modello politico, sociale ed economico degli Stati con cui si relaziona, con una forte attenzione alle dinamiche sociali interne delle Nazioni, sollecitando percorsi di politiche democratiche e liberali, garantite dal sistema di difesa globale statunitense.
Le politiche estere Statunitense e Cinese hanno entrambe delle criticità. La politica di non interferenza cinese corre il rischio di consolidarsi come “indifferente” nei confronti dinamiche sociali e politiche degli stati con cui si relazione prevedendo rapporti basati esclusivamente su scambi economici che per loro natura precludono il rafforzarsi di profondi e duraturi rapporti politici in quanto fondati sull’interesse e non su un rapporto di piena compenetrazione.
La politica estera di piena integrazione Statunitense, presuppone un modello chiamato ad essere da guida ed esempio a tutti gli altri Stati, destinati a giungersi in un pieno sistema globale con alla base i medesimi principi fondanti e valori. Tale politica globalista corre il rischio di non adeguarsi alle culture dei singoli stati e delle regioni, le quali rivendicano il diritto di autodeterminarsi e tutelare la propria identità e società.