Dal 1955, ogni anno, il World Press Photo premia i fotografi che stanno contribuendo con le immagini più significative a raccontare l’attualità, guerre ed eventi che hanno segnato l’anno precedente. A Palazzo Esposizioni a Roma, fino al 26 giugno, sono esposte le foto vincitrici del prestigioso premio per l’edizione 2025. I progetti presentati in mostra sono 42, con i tre vincitori per ciascuna delle categorie regionali e un vincitore di un progetto a lungo termine per regione. I vincitori sono stati selezionati tra quasi 60.000 fotografie scattate da più di 3000 fotografi di 141 Paesi.

A vincere il World Press Photo of the Year è la fotografa palestinese Samar Abu Elouf che, per il New York Times, ha ritratto Mahmoud Ajjour, ragazzino di nove anni rimasto mutilato in seguito a un attacco israeliano su Gaza City. Una “foto silenziosa che parla con forza. Racconta la storia di un singolo bambino, ma anche di una guerra più ampia, le cui conseguenze si estenderanno per generazioni” spiega la direttrice esecutiva del World Press PhotoJoumana El Zein Khoury. “La foto dell’anno – ha dichiarato Lucy Contivello, presidente della giuria – è il ritratto di un ragazzo che indossa una canottiera; è rivolto verso una finestra e la luce calda lo illumina proiettando un’ombra morbida su un lato del viso. La sua giovane età e i suoi bei lineamenti contrastano con la sua espressione malinconica. Poi ci si rende conto con sgomento che gli mancano le braccia.
La vita di questo ragazzo – aggiunge – merita di essere compresa e questa foto fa ciò che il grande fotogiornalismo può fare: fornire un punto di ingresso stratificato in una storia complessa e l’incentivo a prolungare l’incontro con quella storia”. Il corpo mutilato di un bambino cristallizza la tragedia di una guerra che da più di un anno e mezzo spezza vite, famiglie e speranze.

Negli scatti esposti non c’è solo la guerra in Palestina, ma molti dei conflitti e delle crisi umanitarie in corso nel mondo da quelli più raccontati a quelli più dimenticati. “Quando la giuria globale si è occupata di selezionare i diversi contendenti per la foto dell’anno, – continua Contivello nel comunicato stampa della mostra – abbiamo iniziato con un’ampia selezione da ciascuna delle sei regioni. Da questa rosa sono emersi tre temi che definiscono questa edizione: conflitti, migrazioni e cambiamenti climatici. Un altro modo di vederli è come storie di resilienza, famiglia e comunità”.

Esemplificativo nel racconto del cambiamento è il progetto Siccità in Amazonia di Musuk Nolte, vincitore nella categoria Reportage per l’America Latina. Le immagini ritraggono il letto del Rio Negro in secca, le barche dei pescatori arenate su enormi banchi di sabbia e le conseguenze della siccità sulle comunità locali. Il fiume, nell’ottobre del 2024, ha registrato il livello più basso da più di un secolo a questa parte. “Questo progetto rende gli effetti del cambiamento climatico, che spesso possono essere astratti o difficili da rappresentare, una realtà tangibile e concreta che plasma il futuro delle comunità vulnerabili strettamente legate al mondo naturale” si legge nella descrizione del progetto sul sito del WordPress Photo.

All’interno dell’esposizione è possibile vedere anche il lavoro dell’unica fotografa italiana premiata quest’anno: Cinzia Canneri, vincitrice il premio Long-Term Projects per l’area dell’Africa. La categoria raccoglie i lavori che abbracciano un periodo di tempo lungo. Il progetto di Canneri I corpi delle donne come campi di battaglia, racconta, attraverso immagini in bianco e nero, le vite di alcune donne in fuga dalla repressione in Eritrea e dal conflitto in Etiopia. La giuria nel commentare la scelta di Canneri come vincitrice dichiara: “Questo progetto amplifica le voci delle donne colpite dalla guerra nella regione di confine tra Eritrea, Etiopia e Sudan, con notevole profondità e attenzione. La giuria è rimasta colpita dall’impegno della fotografa nei confronti della storia e dalla fiducia che ha instaurato con le donne tigrine che ha fotografato, mettendo in luce le loro esperienze poco conosciute. Nonostante il difficile contesto mediatico caratterizzato da disinformazione e difficoltà di accesso, il lavoro offre una prospettiva intima e rara, bilanciando la gravità dell’argomento con momenti di bellezza e tenerezza”. Dopo questa esperienza Canneri ha co-fondato il collettivo Cross Looks che riunisce donne tigrine, eritree, sudanesi e italiane per creare una narrazione condivisa su tematiche quali genere, classe e razza, in un impegno che supera il solo reportage fotografico.