La gravità del momento storico attuale pone interrogativi alle coscienze di coloro che nutrono fede nell’impegno per il disarmo e la non violenza, nella preminenza della diplomazia e del diritto internazionale, nella disciplina del commercio di armamenti e nel dialogo tra le nazioni. Un quesito incalzante si fa strada: se il piano Readiness 2030, prospettato da Ursula von der Leyen con una previsione di investimenti per la difesa di ottocento miliardi di euro, si configuri come atto lecito e, soprattutto, opportuno.
Il conflitto in Europa e la rapida trasformazione del panorama geopolitico attuale pongono l’UE di fronte all’imperativo di sviluppare una difesa comune. Secondo i principi della Dottrina Sociale della Chiesa, il desiderio di pace non ignora la complessità del male né la necessità di proteggere le vittime di aggressioni, garantendo sicurezza collettiva e legittima difesa.
L’11 luglio 2021, nel campo di concentramento di Fossoli, l’allora Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, aveva già sottolineato: “Non facciamo la guerra, non abbiamo neppure un esercito, anche se sarebbe venuto il momento di averlo, se non altro per risparmiare in inutili spese militari nazionali. Non imponiamo il nostro modello, cerchiamo di sviluppare diplomazia dove c’è conflitto”.
Tuttavia, esistono oggi rilevanti problematiche strutturali da affrontare: i trattati europei non assegnano una competenza esclusiva all’UE in materia di difesa, rendendo difficile una reale integrazione delle forze armate nazionali.
È noto, ogni Paese europeo mantiene una propria industria militare, con prodotti competitivi sul mercato internazionale, rendendo difficile la formazione di un esercito europeo unificato, armonico e coordinato. A livello macroeconomico, poi, in assenza di un debito comune europeo, il riarmo rischierebbe di avvantaggiare principalmente Paesi fiscalmente più solidi come la Germania, penalizzando invece nazioni con alto debito pubblico come Italia, Francia e Spagna.
Tuttavia, la strategia europea non può focalizzarsi unicamente sulla dimensione militare, rischiando di fondare una rinnovata unità su basi puramente belliche. L’Unione Europea necessita di una visione audace e innovativa per riscoprire i principi fondanti che ne illuminarono la nascita in un momento storico cruciale. Fallire in questo intento significherebbe privare le nuove generazioni di una prospettiva di futuro.
Recentemente, Mario Draghi ha espresso una forte autocritica rispetto alle politiche economiche europee degli ultimi quindici anni, riconoscendo che austerità e compressione salariale hanno indebolito la domanda interna e aumentato le disuguaglianze. Questo implica una necessaria inversione di tendenza: serve una politica economica espansiva, investimenti finanziati con debito comune europeo e una Banca Centrale che funga realmente da garante di ultima istanza. Occorre investire strategicamente in ricerca e sviluppo industriale, per colmare il gap tecnologico con USA e Cina; in una seria transizione energetica per affrontare concretamente il cambiamento climatico; in infrastrutture per integrare realmente cittadini e mercati europei; in sanità e welfare, per garantire una stabilità sociale ed economica di fronte all’invecchiamento demografico; e infine nell’istruzione e formazione, per dare ai giovani competenze adeguate ad affrontare il futuro.
È fondamentale rimanere saldamente ancorati a un paradigma di pace, evitando una deriva verso logiche di guerra che tradirebbero lo spirito stesso dell’articolo 11 della Costituzione italiana. Questo testo fondamentale, spesso trascurato nel dibattito pubblico, esorta a conciliare una duplice tensione: il “ripudio della guerra” come strumento di offesa e la cessione di quote di sovranità a un Ordinamento internazionale, come l’ONU o l’UE, deputato a garantire la pace e la giustizia tra gli Stati. Era questa la volontà dei costituenti cattolici durante i lavori dell’Assemblea costituente.
Uno scenario diverso sarebbe quello di persistere nello scenario della guerra e alimentarla. Per la Chiesa la guerra non può essere la condizione per essere “strumento di giustizia”, a questo proposito Papa Francesco ha scritto: “Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male. Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni” (FT, n. 261).
Certo la Chiesa Cattolica riconosce come male minore e in specifiche circostanze la legittimità della difesa armata ma solo come extrema ratio sul pieno pratico e non teorico. Le riflessioni di Agostino e Tommaso d’Aquino, riprese nel Catechismo (CCC, nn. 2307-2317), definiscono le quattro condizioni che configurano la guerra come extrema ratio (CCC 2309): 1) La decisione di ricorrere alla forza armata assunta dall’autorità legittima. 2) La presenza di una giusta causa, come l’aggressione a uno Stato sovrano. 3) L’intentio recta che orienta al bene e alla sconfitta del male. 4) La risposta proporzionata all’attacco subito.
Ma tutto questo nell’era della bomba atomica ci porta anche a riflettere sulla deterrenza. La deterrenza nucleare è stata tollerata con riluttanza dalla Chiesa come “male minore” in contesti specifici, pur rimanendo eticamente problematica per la potenziale distruzione indiscriminata che comporta, in antitesi con la dignità umana. Tale tolleranza era vista come transitoria, mirata a evitare conflitti peggiori, ma mai come approvazione morale. L’obiettivo ultimo rimane il disarmo completo, imperativo etico per un mondo di pace e giustizia.
Preoccupano il rischio di escalation e di errore nei sistemi di allerta, minacce inaccettabili. La deterrenza può garantire la transizione ma distrae da autentiche vie di pace, sottraendo risorse allo sviluppo umano e alimentando paura e sospetto tra le nazioni, ostacolando la fiducia e la collaborazione. L’evoluzione della Dottrina Sociale, da una certa tolleranza nella Guerra Fredda a una crescente critica, culmina con Papa Francesco che dichiara immorale il possesso stesso di armi nucleari, superando la concezione di “male minore”.
La Comunità Europea di difesa, promossa nel 1954 da Alcide De Gasperi e concepita non in alternativa all’Alleanza Atlantica, è fallita a causa del nazionalismo francese e dei timori di Belgio e Regno Unito riguardo a un possibile riarmo tedesco. È stato così negli anni Venti, negli anni Quaranta e lo è oggi. Ma la scelta sembra l’unica possibile per conciliare l’irenismo e l’integralismo di posizioni che non aiutano a difendere i più deboli e a limitare la forza delle super potenze. Come è possibile ignorare le preoccupazioni di Paesi come la Polonia e la Romania, i Paesi Baltici e quelli Scandinavi e le rispettive chiese che vivono con il timore di future minacce?
Anche la Chiesa in Italia ha la responsabilità di sostenere con voce critica e costruttiva gli sforzi delle istituzioni europee e la visione del Presidente della Repubblica, per evitare il rischio di neutralismi che potrebbero essere percepiti come una abdicazione alla responsabilità storica.