Intervista a Mons. Antonio Staglianò, presidente della Pontificia accademia di teologia, vescovo emerito di Noto e rettore della Basilica di Santa Maria in Montesanto
Sappiamo da sempre il suo impegno per la teologia che la vede dal 2022 quale Presidente della Pontificia accademia di Teologia, ma la teologia è una cosa per pochi o può essere Pop, di tutti?
La teologia non può che essere popolare, nel senso più nobile del termine. Se è vero che richiede rigore e studio – non è “fai da te” – è altrettanto vero che il suo soggetto primo è il Popolo di Dio in cammino. La fede cristiana non è un’esperienza esoterica per iniziati, ma un incontro che si fa carne nella storia, nella cultura, nelle domande della gente. Direi di più: oggi più che mai, abbiamo bisogno di una teologia che esca dalle aule accademiche e impari a parlare la lingua della piazza, dei social, delle canzoni, delle serie TV. Deve farsi “Pop” non per banalizzarsi, ma per incarnarsi, per trovare nuove forme espressive senza tradire il proprio contenuto. Il Vangelo è per tutti, quindi la riflessione su Dio deve arrivare a tutti, con un linguaggio che sia ponte, non barriera. Tutto questo è mostrato e dimostrato in un volume di 800 pagine che sta per uscire per i tipi di Ancora (Milano) dal titolo Pop-Christology. Uno Zibaldone. Un sapere del senso della vita in Dio-Amore, con la prefazione del cardinale Tolentino e la postfazione del cristologo Maurizio Gronchi.
Eccellenza oggi si parla spesso e volentieri dell’intelligenza artificiale la teologia appare spesso un lavoro artigianale tra fede e ragione, a suo avviso ci sono punti d’incontro con un mondo cosi diverso e freddo come quello della AI.
Questo è un passaggio cruciale. Lei ha usato la parola giusta: “artigianale”. La teologia è un lavoro artigianale sulla Parola, un incontro tra la fede del credente e l’intelligenza critica della ragione. L’IA, con la sua capacità di elaborare dati in modo iper-veloce e di riconoscere pattern, può essere uno strumento potentissimo per questo artigianato. Può aiutarci ad analizzare testi, a studiare la tradizione, a mappare le domande degli uomini e delle donne di oggi. Tuttavia, il punto d’incontro non è nella sostanza, ma nel metodo e nel servizio. L’IA elabora informazioni, ma non ha esperienza di Dio, non prega, non ama, non ha un cuore. La teologia nasce dall’adorazione e dalla carità. Il rischio è una “teocrazia algoritmica”, un nuovo pelagianesimo tecnocratico che crede di salvarci con la potenza di calcolo. L’incontro vero sta nel ricordare che l’IA è uno strumento, e come tale deve essere finalizzata al bene dell’umano, della persona unica e irripetibile, della sua coscienza e della sua libertà. La teologia deve dialogare con la tecnica per ricordarle il suo posto: al servizio dell’uomo, creato a immagine di Dio, non suo sostituto.
Carissimo Mons. Staglianò, il suo messaggio diretto e concreto, spesso trae spunto nelle sue riflessioni dai testi delle canzoni odierne, parlando ai giovanissimi in modo efficace, qual è il segreto per poter parlare con loro oggi?
Non c’è un segreto, c’è una strada: l’onestà intellettuale e la prossimità esistenziale. I giovani, forse più di tutti, hanno un fiuto incredibile per la falsità. Smascherano immediatamente chi parla per slogan o per dovere di ufficio. Il mio “trucco”, se così si può dire, è stato semplicemente di ascoltarli veramente. Ascoltare le loro playlist, le loro ansie, le loro domande inespresse. Le canzoni dei cantanti di oggi sono il salterio dei nostri tempi: lì dentro ci sono i grida, le gioie, le attese, le disillusioni dei nostri ragazzi. Usare quelle parole non è un trucchetto retorico, è un atto di rispetto. È dire: “La tua cultura, la tua musica, mi interessa. La tua vita mi interessa. Partiamo da lì per parlare di Dio, che non è un estraneo, ma abita già le periferie della tua esistenza”. Bisogna avere il coraggio di sporcarsi le mani con la grammatica emotiva del nostro tempo.
Eccellenza, la politica, o meglio un certo tipo di politica, tira in ballo spesso e volentieri Dio e la fede, ma essere credenti e credibili in politica significa questo secondo Lei?
Significa, prima di tutto, che la fede non può essere una divisa da indossare in campagna elettorale, ma deve essere un principio operativo che plasma una mentalità e un’azione. Un credente in politica non è colui che cita Dio nei comizi, ma colui che, ispirato dal Vangelo, serve il bene comune con coerenza, onestà e una passione sconfinata per la giustizia, soprattutto per gli ultimi. La credibilità nasce dai fatti, non dalle parole. La fede, se autentica, è un formidabile anticorpo contro l’idolatria del potere, del denaro, del consenso. Un politico credibile è uno che sa che la sua missione è servire, non servirsene; che difende la dignità di ogni persona, dal concepimento al termine naturale; che lavora per un’economia più giusta e un’ecologia integrale; che costruisce ponti e non muri. Usare Dio come una bandiera o un logo è l’opposto della credibilità. È blasfemia politica.
In ultimo il Natale è alle porte, togliendo le luminarie e i lustrini delle festività, da uomo di Fede qual é il senso profondo per riscoprire della nascita di Gesù?
Se togliamo tutto -l’albero, i regali, il cenone- dovrebbe restare il Grido Silenzioso. Resta il paradosso sconvolgente di un Dio che, per amore, non si manifesta nella potenza di un imperatore, ma nella fragilità di un bambino. Nella povertà di una stalla. Nel freddo di una notte.
Il senso profondo del Natale è questo: Dio ha scelto di rivelare il suo volto nell’impotenza e nella tenerezza. È la rivoluzione più grande della storia. Non è venuto a risolvere tutti i problemi con un miracolo spettacolare, ma a condividere la nostra condizione umana, in tutto, eccetto il peccato. A dirci che la salvezza non passa attraverso la forza che schiaccia, ma attraverso l’amore che si dona. Che la vita vera non è quella del successo e del potere, ma quella della relazione, della condivisione, della misericordia. Riscoprire il Natale significa lasciarsi sconvolgere da questo scandalo: il Dio in cui crediamo ha le mani piccole di un neonato, che non stringono una spada, ma si aggrappano al dito di sua madre. In quel bambino, Dio ci dice che la sua unica forza è l’amore. E ci invita a costruire un mondo non sui lustrini del potere, ma sulla solida tenerezza di quell’Amore.