È professore ordinario presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Sez.San Luigi) dove insegna Filosofia della religione e coordina la Specializzazione in Teologia Fondamentale. Coordinatrice della Rete Teologica Mediterranea, da gennaio 2026 è consultrice del Dicastero per il Dialogo Interreligioso.
Stiamo attraversando una profonda crisi socio-politica per i recenti conflitti tra Iran e Stati Uniti, sembrerebbe che il sogno del sindaco santo La Pira di una pace che parta dal Mediterraneo sia lontano, abbiamo ancora speranza?
Certamente a chi consideri quanto sta accadendo nel Mediterraneo, dai Balcani al Medio Oriente, il sogno di pace di La Pira può sembrare assolutamente ingenuo, fuori dalla realtà e impossibile da realizzare. Eppure è proprio la visione tratteggiata da La Pira nei suoi Colloqui mediterranei che ha molto da dire e da insegnare per la lucidità dell’analisi che il suo sguardo visionario rendeva possibile. Non ci sarà pace nel mondo se non ci sarà pace in terra santa; e la pace sarà la pace dei popoli e non dei potenti del mondo, la pace costruita dalla gente a partire dalle città, dai luoghi della vita condivisa, secondo la vocazione propria di ogni terra e della sua storia. Oggi più che mai si impone la necessità di ripensare la politica, di resistere con forza ad una nuova oligarchia che diventa tirannia di un potere economico cinico e cieco, preoccupato unicamente di accrescere la propria ricchezza. Papa Leone non si stanca di richiamare l’attenzione di tutti sulle disuguaglianze che affliggono il mondo e sull’azione di rapina dei beni della terra messa in atto da pochi che strappano così ai molti la possibilità di futuro. Ma dal Papa viene anche l’invito a riconoscere che a tenere in piedi il mondo è la generosità di una moltitudine di persone comuni che giorno dopo giorno si prendono cura della vita. È a partire da questa forza silenziosa e tenace che occorre costruire la pace, allargandone gli spazi e, soprattutto, riscoprendone le radici interiori. C’è bisogno di un sussulto di consapevolezza e di speranza, perché il sogno non smetta di sostenere il nostro impegno e si trasformi in capacita critica e progettuale oltre ogni possibile assuefazione.
Siamo a 6 anni circa dal primo incontro storico del Mediterraneo frontiera di pace, che si tenne a Bari a febbraio 2020, quali sono stati, a suo parere, i frutti umani e spirituali di questi anni di cammino?
L’incontro di Bari, al quale ho avuto la grazia di partecipare, ha aperto un orizzonte nuovo nel cammino delle chiese del Mediterraneo: ha fatto sperimentare la bellezza di ritrovarsi fuori dagli schemi di una chiesa europea ricca che va in aiuto delle chiese più povere, delle chiese in una situazione di minorità o di persecuzione.
A Bari si è toccato con mano quanta ricchezza ci fosse invece proprio nelle chiese minoritarie, fatte di migranti, caratterizzate da una molteplicità di culture e di lingue; quanto avessimo tutti da imparare dalla loro esperienza, e da imparare gli uni dagli altri, in un mutuo scambio di doni. Sollecitati da Papa Francesco – che non ha mai smesso di parlare del Mediterraneo come “ponte”, “mare del meticciato”- abbiamo cominciato a riflettere sulla forza della mediterraneità, sulla vocazione che essa implica, sulla necessità di intrecciare i cammini ecclesiali, gli sguardi, le sensibilità, le sfide, le attese, così da disegnare una tessitura ecclesiale mediterranea. Hanno preso corpo, nel tempo, le Reti ecclesiali mediterranee: quella dei monasteri, la Rete Teologica, ma anche quelle dei santuari e della solidarietà. Ha preso corpo soprattutto, grazie all’impegno della Conferenza Episcopale italiana e poi dell’arcivescovo di Marsiglia su esplicito incarico di Papa Francesco, una rete di incontri che hanno coinvolto i vescovi, i sindaci, i giovani, i teologi, e con essi i paesi e le città del Mediterraneo, come è accaduto nella recente esperienza di Med25: un veliero con a bordo giovani di diversa nazionalità e fede che per otto mesi ha solcato le acque del Mediterraneo, portando nei suoi porti un messaggio di pace. Da tutto questo è nato un coordinamento ecclesiale mediterraneo, esperienza assolutamente nuova e ancora da far crescere. Un cammino di grande speranza che è segno concreto di pace e di fraternita.
Conosciamo il suo impegno per la Rete teologica mediterranea, secondo Lei, quanto impegno ci vuole ancora per creare una rafforzata identità teologica del mare nostrum?
In effetti non si tratta di maturare una identità teologica specifica quanto piuttosto di far emergere un modo di fare teologia a partire dal Mediterraneo che può contribuire al processo di rinnovamento della teologia e che, soprattutto, può aiutare a tessere trame di pace nel contesto del Mediterraneo. L’esperienza straordinaria che stiamo vivendo con la Rete teologica si sta costruendo nell’incontro tra paesi diversi – il Libano, la Francia la Spagna, Malta, il Marocco, la Turchia, la Romania e la Croazia, oltre naturalmente all’Italia- un esercizio condiviso di lettura dei “segni dei tempi”, l’elaborazione di una intelligenza teologica della realtà del Mediterraneo che muove dai vissuti, nell’ascolto della Parola e nel confronto con differenti saperi; una teologia che parte dalla vita, imparando a leggerla nel crocevia delle culture, delle storie, dei drammi di questo mare di mezzo. Il nostro più grande desiderio è dar vita a percorsi di formazione su scala mediterranea che permettano di immergersi in culture e vissuti ecclesiali, creando legami di collaborazione e di scambio fecondo, ma soprattutto uno stile, il senso di una cittadinanza mediterranea. Qualche esperienza in tal senso si sta già realizzando grazie ai legami della Rete.
Le donne, nella Chiesa e nella società, hanno da sempre avuto un ruolo essenziale. Spesso capita però che la figura della donna sia strumentalizzata, quale può essere secondo Lei, da donna, la chiave di una giusta lettura della figura femminile?
Più che rivendicare spazi, occorre valorizzare l’apporto delle donne alla vita della chiesa e della società. Non una questione di quote rosa, ma il riconoscimento della loro competenza, della loro capacità di adesione al reale, della creatività e della generatività del loro impegno, della loro attitudine a creare condivisione e stili di collaborazione. Uno stile e uno sguardo che non deve essere certamente solo delle donne, ma che dalla loro storia e dal loro modo di essere emerge in modo particolare.
Un certo tipo di politica troppo spesso cita Dio in contesti non opportuni, da teologa, quale è il suo punto di vista su chi si dimentica della laicità politica a fronte di un seppur piccolo aumento del consenso politico?
È un dato di fatto che a far leva sul fattore religioso è una politica che ha rinunciato alla responsabilità dell’argomentazione e che tende a configurarsi come esercizio incondizionato di potere. Ma è altrettanto un dato di fatto che quando le religioni cercano l’abbraccio della politica per salvaguardare o espandere i propri spazi smarriscono il loro senso più autentico. La laicità della politica è un bene da custodire come spazio aperto di confronto in cui prospettive differenti possano entrare in relazione per la costruzione del bene comune. Allo stesso modo la libertà della religione è un bene per tutti ed è ciò che consente di farne una voce profetica a servizio della dignità della persona e della difesa dei più deboli. Proprio come ci stanno insegnando lo stile mite di Papa Leone, le sue parole coraggiose, la sua denuncia delle disuguaglianze crescenti, il suo invito a disarmare prima di tutto i cuori e a farci artigiani di pace.