Intervista a Rosario Lo Bello, docente di storia della teologia e autore del volume Logici eretici. Amalrico di Bène e gli amalriciani nelle fonti del XIII secolo, Milano, Vita e Pensiero, 2025.

Amalrico di Bène fu un teologo e maestro della scuola di Parigi a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Dopo la sua morte, un gruppo di suoi seguaci – noti come ‘amalriciani’ – fu condannato nel 1210 con l’accusa di eresia. Alcuni furono giustiziati, altri incarcerati, e perfino le ossa del maestro furono riesumate e gettate in terra sconsacrata. Per secoli, la storiografia ha interpretato gli amalriciani come panteisti radicali: avrebbero sostenuto che ‘tutto è Dio’, che ‘l’uomo giusto non può peccare’, e che la storia avrebbe ormai superato l’epoca della Chiesa e dei sacramenti, entrando in una fase finale, spirituale, senza più mediazioni. Alcuni studiosi hanno perfino parlato di ateismo spirituale o di ‘mistica razionale’, cercando di ricostruire una dottrina coerente attribuita al gruppo.

 

Professore Lo Bello, Logici eretici ci porta nella Parigi del 1210, dove nasce l’università e, insieme, l’esclusione di Amalrico e dei suoi seguaci. Ma che tipo di libro è il suo? Uno studio su un’eresia dimenticata?

Non proprio. Non mi interessa tanto ricostruire cosa pensassero davvero gli amalriciani. Mi interessa capire cosa significhi che una comunità decide di chiamare ‘eresia’ un certo insieme di parole e persone. Logici eretici è una genealogia: indaga come nasce un confine, come si produce l’esclusione, come si mette a tacere una voce interna al mondo della teologia scolastica.

Amalrico non era un outsider, quindi?

Al contrario. Era un maestro di teologia, un uomo che operava all’interno del sistema scolastico, che probabilmente padroneggiava la logica, la metafisica, la teologia. Ma a un certo punto la sua parola esce dai confini del dicibile. E questo non perché dica qualcosa di manifestamente scandaloso, ma perché parla da una posizione che il nuovo ordine del sapere non può più tollerare.

Qual è, secondo lei, la posta in gioco nella condanna del 1210?

La posta in gioco è la fondazione di un’autorità. La nuova università di Parigi sta stabilendo il proprio potere come arbitro della teologia e della retta dottrina. Per farlo, ha bisogno di delimitare un campo, distinguere tra ciò che può essere detto e da chi, e ciò che va messo a tacere. Amalrico e i suoi non vengono espulsi perché irrazionali, o perché negano la fede, ma perché non rientrano nella cornice dell’ortodossia accademica in via di costituzione.

L’eresia, in questa prospettiva, non è una dottrina, ma un atto di esclusione, motivato anche dalla necessità di gestire e controllare l’uso di nuovi linguaggi e visioni del mondo. In quegli anni Parigi è attraversata da un elemento dirompente: l’arrivo del corpus aristotelico latino, ancora in fase di ‘pastorizzazione’. Aristotele porta nuove categorie, nuovi modelli di razionalità, un lessico ontologico e logico che trasforma la teologia stessa. Ecco perché, nello stesso anno in cui vengono condannati gli amalriciani, viene proibito l’insegnamento di Aristotele sulla natura. L’eresia, in questo quadro, è anche la paura del sapere nuovo che non si riesce ancora a governare.

E Amalrico usa questo nuovo sapere?

Forse e in parte sì. Non direttamente come un aristotelico sistematico, ma attraverso l’adozione di strumenti logici e concettuali che già appartenevano alle arti liberali. I suoi presunti discepoli riflettono su Dio e sull’essere utilizzando – almeno così riferiscono i testi accusatori – categorie che implicano l’ubiquità divina, l’identificazione tra soggetto umano e soggetto divino, l’indistinzione tra natura e santità. È un uso non subordinato e ancillare della logica e delle arti liberali, che rompe con il pensiero scolastico, e che lo spinge verso un margine pericoloso, verso una zona dove, apparentemente, la mediazione ecclesiale sembra superata.

Logici eretici smonta l’idea che gli amalriciani fossero portatori di una dottrina coerente. Perché?

Perché quella immagine è una costruzione retrospettiva, funzionale a trasformare una frattura politica e istituzionale in un oggetto dottrinale definito. Non troviamo negli amalriciani un sistema ben articolato, ma piuttosto un insieme di soggetti espulsi dal campo del sapere autorizzato. L’università, che in quegli anni sta definendo i suoi statuti, il suo campo di legittimità, i suoi limiti, ha bisogno di disegnare un confine: e il modo più efficace è produrre l’eretico come figura interna che ha fallito.

E l’idea che professassero una forma di panteismo radicale?

È un’etichetta che assolve una funzione: trasformare in dottrina ciò che forse era solo domanda, tensione, disordine. La storiografia successiva ha cercato di dare coerenza dottrinale a questo fenomeno, parlando di panteismo, di mistica razionale, persino di ‘ateismo spirituale’. Ma queste sono retroproiezioni che rispondono al bisogno di ‘gestire’ il disordine. In realtà, l’eresia amalriciana è una frattura, non un sistema. L’accusa di panteismo viene dopo, spesso da fonti scritte decenni più tardi, con lo scopo di rendere giudicabile ciò che all’epoca forse era ancora in gestazione o non pienamente articolato.

Una decostruzione, dunque?

Esattamente. Decostruire, in questo caso, non significa relativizzare tutto, ma guardare alle condizioni di produzione della verità, al modo in cui un gruppo di persone, che aveva accesso alle stesse scuole, agli stessi strumenti logici e teologici, viene espulso e consegnato alla memoria come ‘eretico’. È il dispositivo stesso dell’ortodossia universitaria che genera l’eretico. E ciò che chiamiamo ‘dottrina amalriciana’ è il residuo di quell’atto di esclusione.

Quindi non sono eretici perché dicono qualcosa di scandaloso?

No, non principalmente. La loro ‘scandalosità’ è il risultato di un atto di interpretazione punitiva. Ciò che Garnerio di Rochefort, abate cistercense e teologo combattivo, che nel suo trattato si impegna a smascherare le dottrine degli amalriciani, e le cronache ecclesiastiche del tempo narrano non è la loro verità, bensì una narrazione apologetica del potere: un’eresia che spieghi la necessità della repressione.

È anche una critica al mito della neutralità del sapere?

Assolutamente sì. La Parigi del 1210 ci insegna che nessuna istituzione del sapere è neutra. Ogni costruzione della verità implica una scelta su cosa non può essere detto, su chi non può più parlare. Il mio lavoro, nel suo piccolo, come tanti altri lavori storiografici più importanti, contribuiscono a restituire voce a quelli che, all’origine, sono stati messi a tacere non per le loro idee, ma per il loro modo di stare nel sapere.

Una riflessione che ha risonanze forti anche oggi, sul piano politico e culturale …

Certamente. Ancora oggi, nelle università, nei media, nelle istituzioni, la scelta tra chi può parlare e chi viene espulso non dipende solo da ciò che viene detto, ma da dove si parla, con quale autorizzazione, dentro quali confini. L’esclusione non è sempre reazione all’errore: spesso è un atto costitutivo dell’identità di un sistema. Questo vale per la teologia medievale come per il dibattito pubblico contemporaneo.

Quale messaggio può trarne un lettore di oggi?

Che non basta avere ragione per essere ascoltati, e che le istituzioni del sapere producono verità tanto quanto escludono quelle che non sanno gestire. Che l’eresia non è sempre un contenuto sbagliato. Spesso è il nome dato a una frattura che fa paura. E che in ogni sistema che pretende di definire ciò che è razionale, giusto, accettabile, è fondamentale tornare a interrogare gli esclusi. Perché lì, in quella zona d’ombra, si annidano spesso le domande più urgenti e le verità ancora da pensare.