“Avere l’ammirazione di Cartier-Bresson è il massimo, poi si può morire in pace”. Si dice che Gianni Berengo Gardin abbia commentato così una dedica ricevuta dal maestro della fotografia e fondatore della Magnum, Henri Cartier-Bresson. Gardin però non si sentiva erede del padre del fotogiornalismo, a cui veniva spesso accostato per la potenza lirica delle immagini. Piuttosto diceva di sentirsi simile al fotografo umanista Willy Ronis, in versione italiana. Di chi fosse realmente erede Berengo Gardin non è poi così importante. Piace pensare che se ne sia effettivamente andato in pace all’età di 94 anni dopo aver segnato in modo indelebile la storia della fotografia.
Gianni Berengo Gardin nasce il 10 ottobre 1930 a Santa Margherita Ligure, in Liguria. Cresce a Venezia, città che rimarrà sempre nel suo immaginario fotografico. Si approccia alla fotografia da autodidatta, nel dopoguerra. Le sue fotografie sono parte fondamentale dell’iconografia italiana del ‘900. Il suo stile si focalizza su scene secondarie e quotidiane. Le immagini sono pulite e sobrie. Le proporzioni vengono rispettate, in una chiarezza compositiva che non cerca il clamore dello scatto ad effetto, preferendo invece il racconto realistico. I reportage, realizzati con l’inseparabile Leica, focalizzano l’attenzione sulle persone “non protagoniste”, portatrici di storie quotidiane.
La sua opera rimarrà nell’imaginario italiano e mondiale continuando a raccontare un paese, come quello cristallizzato negli scatti di Morire di classe, che forse è cambiato anche grazie al suo lavoro. “Il mio lavoro non è assolutamente artistico” racconta “e non ci tengo a passare per un artista. L’impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma sociale e civile”. Per Gardin il reportage era scevro da velleità estetiche: al centro l’indagine sociale. Con questo sguardo ha raccontato il problema delle grandi navi da crociera nella laguna veneziana, le comunità sinti dell’Emilia-Romagna, la realtà alienante dei manicomi e il lavoro in fabbrica.
La sua opera più significativa rimane “Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin”, un volume pubblicato da Einaudi nel 1969. Il lavoro critica le condizioni in cui versavano gli ospedali psichiatrici italiani del tempo. L’idea nasce da una richiesta dello psichiatra Franco Basaglia, all’epoca direttore dell’ospedale di Gorizia. L’opera che raccoglie scatti in bianco e nero di entrambi i fotografi aiutò a sensibilizzare l’opinione pubblica italiana sul tema della malattia mentale, preparando il terreno per l’approvazione della legge 180/1978, la cosiddetta “Legge Basaglia”, che sancì la chiusura degli ospedali psichiatrici.
Fedele al bianco e nero e allo scatto con pellicola, Gardin rifiutava ogni eccessiva manipolazione dell’immagine. La fotografia era per lui una forma di testimonianza, con il colore e l’eccessiva estetizzazione dello scatto avrebbe perso la sua forza. “Ho un peccato da confessare: penso che la fotografia di documentazione siamo molto più importante della cosiddetta foto artistica” ha dichiarato il fotografo in un’intervista alla Radiotelevisione Svizzera. Nella medesima intervista Gardin racconta un aneddoto riguardante Ugo Mulas, altro gigante della fotografia italiana. Mulas, infastidito per i continui complimenti del collega, di fronte ai suoi scatti lo invitava a non giudicare le fotografie per bellezza ma per la riuscita dell’immagine in termini di significato. “Da allora ho sempre cercato di fare foto buone e non belle” dichiara Berengo Gardin, anche se aggiunge ridendo “però per vivere ho fatto tante di quelle foto che la metà basta”.