Angela Iantosca è giornalista pubblicista, già inviata de “La Vita in Diretta” (RaiUno). Autrice di numerosi saggi inchiesta sul tema della ’ndrangheta e delle tossicodipendenze. Nel 2022 per il suo impegno nelle scuole è stata insignita del Premio Nazionale Paolo Borsellino Educazione alla legalità. Per i suoi saggi ha ricevuto due volte il Premio Nadia Toffa Sezione Giornalismo. A febbraio 2026 è tornata in libreria con il libro “Donne. Resistenza. Libertà. Storie di ventuno afghane in lotta per la vita” edito da Paoline.

 

La prima cosa che volevo chiederle riguarda la genesi del libro, andando indietro  quell’incontro del 2024 dove  è nata l’idea di seguire il filo rosso che lega le donne afghane alle madri costituenti. Che cosa è successo quel giorno e come si è sviluppato il progetto?

Il desiderio di scrivere di donne afghane c’era già. Qualche anno fa ho conosciuto l’ONG Nove Caring Humans e cercavo una storia originale. Uno dei miei pensieri al tempo era quello di andare in Afghanistan. Poi dopo sono arrivati il Covid e i talebani…Nel frattempo mi sono occupata di altro, finché nel 2024 sono stata invitata a parlare in una scuola del libro Ventuno (Paoline, 2022), sulle madri costituenti, da Nove Caring Humans. Insieme a me quel giorno c’era Madia, una ragazza poco più che ventenne, rifugiata a Roma dopo la presa di Kabul del 2021. Ero seduta tra il pubblico ad ascoltare la sua testimonianza e quando l’ho sentita parlare ho detto “sta parlando come parlerebbero Teresa Mattei o Nilde Iotti”, con la loro stessa consapevolezza; la stessa richiesta semplice, quella di tutta l’umanità, ovvero che tutti possano avere gli stessi diritti. Quando ho fatto il mio intervento, mentre parlavo ai ragazzi di Teresa Mattei, ho detto “Madia, per esempio, è Teresa Mattei”. Quando sono uscita dall’incontro, ho scritto a Nove Caring Humans e abbiamo cercato di capire se qualcuno fosse disponibile. Alla fine le donne disponibili erano proprio ventuno. È stato un segno. Ho raccolto le informazioni e, nel frattempo, sono andata a recuperare tutti i discorsi delle madri costituenti. Ho iniziato a fare le interviste e mentre le mettevo su carta, cercavo di individuare quale potesse essere la suggestione collegata. Il capitolo finale del libro l’ho dedicato, invece, alla ventiduesima donna. Un personaggio che potrebbe essere ognuno di noi. La ventiduesima donna è qualsiasi persona porti avanti i diritti umani. Una donna qualsiasi dell’Occidente o dell’Oriente che fa capire agli altri che nessuno ha diritto di giudicare. Quando alle protagoniste del libro, è stato chiesto “che cosa possiamo fare noi?” la loro risposta è sempre stata “siate gentili”, non sapete chi avete di fronte, quali storie o ferite ci siano. Questo è il suo compito della ventiduesima donna.

 

Uno dei legami che mette in relazione queste donne contemporanee e le figure delle madri costituenti è il fatto che le loro siano storie di resistenza. Dopo aver scritto questo libro, nellanno dellanniversario degli 80 anni della Repubblica, che cosa significa resistenzaoggi?

“Resistenza” è diventato qualcosa di più grande oggi. Già con il libro precedente Con loro, come loro, scritto con Gennaro Giudetti, mi sono occupata dei diritti umani violati nel mondo. Le storie di queste donne afghane si collegano a quella apertura internazionale e a questa attenzione verso la “resistenza”. Il fatto che questa parola tornasse tante volte nei loro racconti mi ha molto colpito mentre li raccoglievo. Noi siamo cresciuti con l’immagine della resistenza dei partigiani e delle partigiane, che è stata un tipo di resistenza. “Resistere” oggi, come direbbero i palestinesi, è “esistere”. Significa essere staffette di battaglie iniziate 80 anni fa che ancora non sono state portate a compimento. Significa essere voce di chi sta dall’altra parte del mondo. Viviamo in un mondo globalizzato, la resistenza non può essere più soltanto nel nostro piccolo centro. Però, allo stesso tempo è anche quello, perché se non ci fosse le piccole resistenze che costruiscono ogni giorno, non ci potrebbero essere le grandi resistenze collettive. Anche la scuola è resistente, quando è un presidio di legalità e di memoria. La memoria è resistente. Ci sono tante giornate della memoria che sono fondamentali, perché spesso ci mancano dei pezzi di storia e quando manca un tassello della memoria gli errori del passato si ripetono o si conducono battaglie già fatte. Qualche anno fa abbiamo ricominciato la battaglia per l’utilizzo del femminile per le donne nei mestieri. Ebbene, questa battaglia era stata già condotta dalle madri costituenti. Adele Bei disse: “io sono una donna, chiamatemi senatrice”. La resistenza è tutto questo. Le protagoniste del libro si inseriscono in questo cammino. “Resistenza” è anche a fare una rete silenziosa, come il lavoro che fanno oggi le protagoniste del libro per provare, laddove possibile, a educare le ragazze afghane per prepararle al momento in cui il paese sarà liberato dai talebani.

 

Il volume è loccasione per gettare una luce su cosa sta succedendo in Afghanistan. Un paese che, dopo il 15 agosto 2021, è scivolato ai margini del discorso pubblico e del racconto dei media. C’è qualcosa in particolare nei racconti di queste 21 donne che è utile tenere a mente, anche per noi lettori, per non lasciare spegnere definitivamente la luce sullAfghanistan?

Da quando è uscito il libro le cose sono peggiorate, così come sono peggiorate da quando le protagoniste del libro sono arrivate in Italia. La situazione si aggrava di settimana in settimana. L’Afghanistan è il paese con la peggiore apartheid di genere al mondo. Le bambine non possono studiare dopo i 12 anni, non possono cantare, non possono parlare o uscire da sole e sono stati tolti libri scritti dalle donne dalle università. Nelle ultime settimane è entrata in vigore una legge che stabilisce che le bambine possono essere date in sposa. Era già una prassi, perché non ci sono i soldi, non c’è modo di comprare il cibo, e quindi le famiglie per sopravvivere vendono le bambine. Adesso però è norma di legge, è regolamentato. Poche settimane fa, inoltre, è passata una legge spaventosa sulla violenza: se una donna viene picchiata e riesce, grazie a un testimone, a dimostrare che è stato il marito, il fratello, o il padre, allora lui potrebbe essere condannato a un massimo di due settimane di carcere. Invece, se dei cittadini maschi organizzano dei combattimenti tra galli, la condanna può arrivare a cinque mesi. Questo ci dà la misura del valore di una donna in Afghanistan. Quando i talebani sono arrivati per la prima volta, a fine anni ’90, hanno impedito alle ragazze e alle bambine di studiare. A loro non è rimasto niente, non avevano quaderni, libri o penne. Si riunivano di nascosto e scrivevano sui muri o nella sabbia per non dimenticare quello che avevano imparato. Questo lo racconto spesso quando vado nelle scuole, perché a dei ragazzi occidentali può dare un po’ la misura delle cose: noi stiamo andando a scuola e c’è chi ha imparato scrive nella sabbia pur di non perdere quello aveva studiato.

 

Nel libro, accanto alle testimonianze protagoniste, vengono sempre richiamate le figure dei madri costituti ma anche gli articoli della Costituzione. Tra tutti quelli che inserito, qual è larticolo che oggi è particolarmente importante ricordare?

L’articolo 3, sicuramente. È la base di tutto. Ogni volta che viene violata una delle parole dell’articolo 3, la Costituzione muore. Dobbiamo avere questa coscienza perché da lì, in quello che è l’articolo dell’uguaglianza, della dignità e della disparità, provengono tantissimi altri articoli che sono alla base di tutto. Anche quando c’è il bullismo a scuola, si potrebbe dire “stai violando l’articolo 3” perché si deride qualcuno sulla base di una diversità e invece la diversità è ricchezza. Dobbiamo ricordare di più l’articolo 3, e dobbiamo anche ricordarci, soprattutto, della seconda parte: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli. Della Repubblica facciamo parte anche noi, quindi è anche nostro dovere fare in modo che non ci siano delle differenze. Quell’articolo è scritto così grazie anche alle donne della costituente perché l’espressione “parità di sesso” all’inizio non c’era. Sono state le madri costituenti ad insistere per inserirla, lo dobbiamo a loro.

 

Volevo tornare su quanto accennato allinizio, allidea della ventiduesima donna e al fatto che il libro vuole essere un richiamo alla responsabilità anche per chi lo legge. Per chi fa un percorso di formazione politica, come può essere quello di Connessioni, sia per chi lavora nellinformazione, come possiamo aiutare, a livello di discorso pubblico, ad essere più responsabili verso i più deboli?

Sicuramente, attraverso l’educazione all’affettività. La base della pace è l’educazione all’affettività perché nel momento in cui io considero l’altro come un essere umano e non come qualcuno con cui sono in conflitto o in competizione, le guerre verrebbero meno. Questo però deve essere coltivato fin dalla prima ora. Il punto è proprio questo: l’umanità dovrebbe interessarci in quanto esseri umani. Le cose ci riguardano non solo quando ci toccano proprio da vicino, ma ci toccano perché siamo sullo stesso pianeta, sulla stessa terra. Iniziare a coltivare tutto questo a scuola, secondo me, è la strategia migliore. L’invito è quello a non considerare gli altri come degli estranei. Se facessimo questo esercizio e iniziassimo a pensare alle persone che muoiono in mare, ai migranti che partono in cerca di una vita nuova, chi cerca di scappare dalla guerra e da una morte sicura, il nostro sguardo sarebbe diverso. Per quanto riguarda il giornalismo invece dobbiamo essere più attenti a questa umanità e a queste storie. Meno numeri e più storie. Il numero è utile per quantificare, però diventa quasi autoassolutivo. Dire “sono morte 72 mila persone” è un conto. Mentre dire “ti racconto la storia di Hamza”, è un’altra cosa. È una questione di empatia. Nel mio monologo sul disarmo dell’informazione finisco sempre con l’elenco dei nomi dei giornalisti uccisi in Palestina. Nomi che magari non sappiamo pronunciare, ma li dobbiamo ricordare: 300 persone sono morte anche per noi, anche per informarci, continuando a lavorare pur sapendo di essere dei target.