“Come un pellegrinaggio” di Padre Francesco Patton non è e solo il libro di un uomo di fede, di un pastore. Questo racconto dell’esperienza di otto anni alla guida dei Francescani, che da secoli si occupano della custodia dei luoghi santi, illumina con cristallina chiarezza la complessità della storia e della vita del cuore del Medio Oriente. La Custodia di Terra Santa è una comunità di frati che provengono da 60 paesi. Tra loro parlano italiano (lingua ufficiale della custodia), hanno poi imparato ad usare l’arabo l’ebraico e il greco, e continuano a usare il latino nella liturgia scandita dal canto gregoriano. Una tradizione che, se da un lato marca l’identità di questa comunità in quel Crogiolo di fedi e di culture che è Gerusalemme, segna anche una scelta “progressiva”. Scrive Patton “Nel canto gregoriano non è mai il cantore ma la coralità a prevalere, nessuna voce singola deve sopraffare le altre”.
Di quella comunità di frati, “microcosmo internazionale rappresentativo della cattolicità della Chiesa” come scrive Papa Francesco, il custode si prende cura, in luoghi carichi di storia e attraversati da divisioni. Da Cipro – paese in Europa e al tempo stesso in Medio Oriente – a Israele. La tragedia del 7 ottobre e lo scoppio della guerra, scrive Patton, hanno fatto esplodere due problemi: “il primo è la fragilità interna della società israeliana, con il venir meno di quelli che sono sempre stati i capisaldi della politica, cioè la garanzia della sicurezza e incolumità dei cittadini e la convinzione che la liberazione degli eventuali ostaggi venisse prima di ogni altra cosa; il secondo problema è che la questione palestinese non può essere nascosta”. Mentre sino ad allora la sottoscrizione degli accordi di Abramo aveva illuso che questa fosse stata cancellata.
Il punto centrale per una possibile pacificazione rimane l’assetto di Gerusalemme: “Qui serve una grande dose di coraggio politico e di lungimiranza, nonché il coinvolgimento dei leader religiosi oltre che di quelli politici e della comunità internazionale”. Se nella Gerusalemme terrena si lotta per acquisire pochi metri, nella Gerusalemme celeste c’è spazio per l’umanità intera. Il ruolo dei cristiani, in questa regione del mondo così carica di conflitti, è fungere da ponte tra il mondo ebraico e quello islamico. Patton rivendica quella “laicità” che consente di tenere separati il piano religioso da quello politico, una visione universalistica che rende sempre critici verso ogni forma di nazionalismo etnico.
Nella notte di questo Natale, di un Natale senza pellegrini stranieri, nella basilica di Santa Caterina a Betlemme, il cardinale Pizzaballa, ha predicato il “bisogno di un nuovo inizio in tutti gli ambienti della vita di nuova visione, di coraggio, di guardare al futuro con speranza senza arrendersi al linguaggio della violenza e dell’odio. Occorre iniziare con determinazione, percorsi seri e credibili di riconciliazione e di perdono senza i quali non ci sarà mai vera pace”.
Ad ascoltarlo una comunità sempre più piccola, stretta da un lato dalla morsa di un assedio rappresentato dal muro che divide e rende complessi i contatti tra famiglie che vivono a pochi chilometri, e dall’altro dalla progressiva crescita della popolazione musulmana. Il patriarca alternava latino, inglese e arabo: Così nel fluire naturale delle parole usciva tutta la complessità di un intarsio di culture e di storie, di una convivenza che deve ritrovare alimento dal mutuo riconoscimento come relazione umana fondamentale.
Nelle parole limpide quanto determinate di questo presule alto e carismatico, come nelle pagine del libro di padre Patton c’è la migliore storia italiana radicata nel magistero di San Francesco. questo nostro paese ha forse allora ancora intelligenze ed energie sensibili per dare un contributo all’incivilimento delle relazioni tra uomini e popoli.
Francesco Patton, Come un pellegrinaggio (una conversazione con Roberto Cetera), TS Edizioni 2025.