Intervista a Mauro Garofalo, Responsabile delle Relazioni Internazionali della Comunità di Sant’Egidio.

 

Come è iniziato il suo percorso all’interno della Comunità di Sant’Egidio?

Ero uno studente del primo anno di liceo e un gruppo di giovani di Sant’Egidio mi ha invitato a fare quella che si chiamava la scuola popolare, oggi scuola della pace, ovvero un doposcuola gratuito nelle periferie con bambini in difficoltà appartenenti a famiglie in stato di disagio. Questo è stato il mio primo incontro con Sant’Egidio, la mia frequentazione poi è divenuta più costante fino a diventarne membro vero e proprio. L’incontro è avvenuto quasi per caso, in giovane età, perché grazie a Dio sono cresciuto nella scuola della solidarietà e del dialogo.

Nel 2006 ho cominciato poi a lavorare come volontario, perché a Sant’Egidio siamo tutti volontari, nel campo delle relazioni internazionali. Dal 2012 sono responsabile delle relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio.

Ci racconti un po’ qual è il ruolo della Comunità di Sant’Egidio come costruttore di pace e come si costruiscono innanzitutto i ponti del dialogo e dell’incontro di cui Sant’Egidio è maestra?

Sant’Egidio inizia la sua attività nella risoluzione di conflitti e nella promozione della pace quando scopre che la guerra è la madre di tutte le povertà, come dice sempre Andrea Riccardi, fondatore della Comunità, cioè quando scopre che è impossibile aiutare i poveri in una situazione di guerra.

E la guerra diventa una ferita nella nostra carne: nella seconda metà degli anni ‘80 in Mozambico c’era una terribile guerra civile e alcuni membri di Sant’Egidio vennero uccisi. In quel contesto capimmo che la pace non potesse essere solo una responsabilità dei governi, dei mediatori, o dei think tank ma è una responsabilità per ogni cristiano, una vocazione. Anche Giovanni Paolo II ricordò che la pace è un cantiere aperto a tutti, e noi questo concetto lo abbiamo preso sul serio, iniziando le trattative per la pace in Mozambico, 27 mesi di negoziati. Da allora, una lunga storia di intervento.

Per arrivare alla pace bisogna investire sui rapporti umani, sulla fiducia umana e sulla convinzione, propria dei cristiani, che dal veleno, dalla malattia della guerra, si possa guarire, si possa cioè bonificare il cuore dall’abitudine alla violenza, allo scontro, all’odio, alla ricerca del nemico, per arrivare a un riconoscimento dell’altro come essere umano, e quindi, in qualche modo, come fratello. Non è sempre facile, non avviene sempre, ma direi che le due parole chiave sono la pazienza e la speranza.

Qual è la percezione che gli attori internazionali hanno di Sant’Egidio?

Sant’Egidio è percepita come una comunità di credenti, come mediatore onesto, gente che non ha alcuna agenda nascosta o altri interessi se non quelli di far sedere le persone intorno al tavolo e trovare una soluzione. L’unico interesse è quello della pace. Questo è chiaro a tutti, è chiaro da subito. Siamo avvertiti come quelli che gratuitamente, tutti i giorni, lavorano per i poveri.

Siamo un attore sui generis, come scritto in tanti accordi, perché non prendiamo ordini da alcun governo. Siamo percepiti  come un attore, un’istituzione internazionale, che lavora in assoluto spirito di neutralità, e questo fa parte del potere di convocazione. Non avere quella agenda nascosta degli interessi occulti, economici o di altro tipo, chiaramente ci dà un maggior credito verso qualsiasi tipo di interlocutore.

In quali teatri di instabilità e di conflitto siete attualmente impegnati?

La Comunità ora è particolarmente attiva in Sud-Sudan, Repubblica Centrafricana, Ciad e Sudan. Abbiamo lavorato molto per la pacificazione in Centrafrica, stiamo in questo momento lavorando insieme al governo per raggiungere un accordo di pace nel Sud-Sudan. Lavoriamo in Ciad in un dialogo tra gruppi politico-militari e governo, è un processo molto lungo, ci vuole pazienza, molta pazienza.

Un grande lavoro di mediazione sociale lo stiamo facendo in questo momento in Mozambico, nel nord del Paese, a fianco delle migliaia di sfollati nel trovare un modo di riconnettere questo tessuto sociale distrutto dall’arrivo dei jihadisti dello Stato islamico.

Tutto quello che fa Sant’Egidio serve a costruire, a riparare o comunque a preparare la pace. Le scuole con i bambini si chiamano le scuole della pace, dovunque, dopo scuola, da Jakarta a Washington. Tutti quei migranti e rifugiati che sono stati accolti negli anni e che oggi a loro volta accolgono loro connazionali o gente di altri Paesi, hanno creato un movimento che si chiama Genti di Pace. Potrei continuare così per molto, perché pace è la denominazione di quasi tutto quello che succede nella nostra Comunità.

Quindi per noi è un lavoro che non appartiene alle relazioni internazionali, cioè al sottoscritto, ai suoi colleghi, bensì appartiene a ogni singolo membro di Sant’Egidio che crede che costruire la pace sia la sua vocazione. Come dice Papa Francesco, Sant’Egidio è “3P”: preghiera, poveri, persone.

Qual è l’insegnamento più grande che ha imparato in questi anni e che si sentirebbe di trasmettere a chi come lei è impegnato in negoziati difficili, che delle volte sembrano persino impossibili?

Vi direi che una cosa che mi ha molto cambiato personalmente è il rapporto di amicizia con l’Africa, in particolare con la Repubblica Centroafricana, che visito regolarmente, dove sono stati fatti tanti passi in avanti per la pace: dal dialogo politico alla preparazione delle elezioni, al confronto con gruppi armati. È un lavoro che continua ancora, è un accompagnamento, se volete un’adozione vera e propria. L’insegnamento più grande è quello che ci ripetiamo ancor di più in questi giorni, cioè che la pace è sempre possibile. C’è bisogno di un cristianesimo in ribellione che si fa cultura, che si fa movimento.

Non possiamo arrenderci alla rivalutazione della guerra come strumento normale di risoluzione dei problemi, e questo ormai mi sembra il messaggio che sia passato, ma noi non dobbiamo permetterlo. Non è attraverso l’identificazione di un nemico che io rafforzo le mie identità. Bisogna lavorare per un mondo più fraterno, per il dialogo come dicevamo all’inizio, e questo deve essere una costante.