Dall’Italia agli Stati Uniti, dal Messico a Berlino. Poi la militanza nel Partito Comunista e la guerra civile spagnola nelle Brigate Internazionali del Soccorso. La vita di Tina Modotti attraversa l’Atlantico e mezzo secolo di storia. Una vicenda che racchiude una matriosca di identità e che viene raccontata al pubblico nella mostra “Tina Modotti, Donna – Fotografa – Militante: Una vita fra due mondi”, a cura di Ada Scalchi, Angelica Rosa Rodriguez e Jean Marie Pouget. Fino al 21 settembre 2025 sarà possibile visitare al Museo di Roma in Trastevere l’esposizione dedicata alla fotografa e attivista italo-italiana, Tina Modotti.
Circa 60 fotografie raccontano la vita dell’artista e, in particolare, la militanza e la società messicana degli anni ‘20. Le fotografie esposte rappresentano circa il 70% del patrimonio totale del Fondo Fotografico di Modotti. La sua produzione raccoglie in tutto 94 scatti originali, realizzati fra il 1923 e il 1930, custoditi nella Collezione della Fototeca dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia della città di Pachuca Hidalgo (Messico). Nel percorso espositivo si alternano alle immagini anche lettere, documenti e poesie per restituire un’immagine a tutto tondo della donna: vita personale, ricerca artistica e impegno politico.
Nata a Udine nel 1896 in un’umile famiglia operaia, emigra molto giovane negli Stati Uniti. Dopo un periodo di lavoro in fabbrica si trasferisce a San Francisco dove intraprende una breve carriera di attrice. Proprio in questi anni conosce il fotografo Edward Weston che, in seguito, diverrà suo compagno e maestro. Nel 1923 si stabilisce con Weston a Città del Messico, immergendosi nell’ambiente artistico e politico post-rivoluzionario, frequentando i circoli bohémien della capitale messicana. In questo contesto si inizia ad intravedere il suo personale stile fotografico, fatto di rigore compositivo e di una spiccata sensibilità sociale. I suoi primissimi scatti raffigurano nature morte e oggetti di vita quotidiana. Con il tempo l’impegno sociale e politico assume sempre maggior peso anche nella ricerca artistica. Tra i negativi compaiono così i ritratti dei lavoratori, degli attivisti e della gente comune. Modotti aderisce al Partito Comunista Messicano nel 1927, un anno segnato anche dalla frequentazione con il pittore e attivista Xavier Guerrero. L’artista la esorta a mettere la fotografia a servizio della causa politica. “Ci sono interi quartieri, le Colonie, dove la gente vive in estrema povertà! – scrive Guerrero in una lettera a Modotti – Questo è quello, che tu, Tina dovresti fotografare”. E aggiunge: “C’è tanta realtà da fotografare in giro, e tu puoi contribuire con il tuo lavoro di fotografa, spostando l’attenzione sull’oggetto da fotografare! La fotografia come strumento di lotta sociale!”.
Il Messico è la patria del cuore per Tina Modotti. L’artista arriva a viaggiare nei luoghi più remoti del paese per documentarne i costumi, le usanze e le tradizioni. Tra tutti i suoi abitanti, le donne ricoprono un posto centrale nel lavoro della fotografa. I suoi scatti delle donne di Tehauntepec restituiscono l’immagine di una femminilità statuaria e fiera. Donne indigene dagli sguardi intensi, raccontate senza folklore. Il desiderio di Modotti è quello di “fotografare ciò che vedo, sinceramente, direttamente, senza trucchi”. In questa mescolanza di vita, politica e arte, la fotografia diventa davvero per la donna la possibilità di contribuire a “un mondo migliore”. Nonostante l’impegno politico, Modotti viene espulsa ed esiliata dal Partito nel 1930 dopo essere stata falsamente accusata di aver partecipato all’attentato al presidente messicano Pascual Ortiz Rubio. Da quel momento in poi la fotografa vive tra Berlino, Mosca, e Spagna dove partecipa alla Guerra Civile come infermiera. Dopo la sconfitta dei repubblicani, rientra in Messico sotto falsa identità, dove muore nel 1942 in circostanze poco chiare a soli 45 anni. La sua produzione fotografica verrà portata alla conoscenza del grande pubblico solo dopo la sua morte. Oggi è considerata un esempio di impegno politico-sociale attraverso l’arte.
Le parole dell’amico Pablo Neruda, scritte in occasione della morte di Modotti che concludono l’esposizione romana, restituiscono il nucleo della storia personale e politica dell’artista nell’amata terra messicana: “Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella./ Avanzano ogni giorno i canti della tua bocca/nella bocca del popolo glorioso che tu amavi./ Valoroso era il tuo cuore./ Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade/polverose qualcosa si mormora e passa,/qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo, qualcosa si desta e canta./ Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il tuo nome,/ quelli che da tutte le parti, dall’acqua, dalla terra,/ col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo./Perché non muore il fuoco.”