Non si possono dimenticare gli occhi di mamma Simonetta, la madre di Paolo Mendico. Quegli sguardi carichi di un dolore infinito, di una sofferenza innaturale che nessun genitore dovrebbe mai provare, di una perdita che grida giustizia e ci interroga tutti, profondamente.
La sera del 20 settembre, siamo stati un migliaio di persone ad attraversare le strade di Santi Cosma e Damiano illuminate dalle fiaccole, camminando in un silenzio rotto soltanto dal peso delle coscienze e dal rumore soffocato delle lacrime. Quella straordinaria partecipazione popolare rappresenta un monito fondamentale per chi fa politica e amministra territori tanto belli quanto complessi come quelli del sud pontino. La folla silenziosa ci ha mandato un messaggio chiaro: non possiamo più permetterci di voltare lo sguardo dall’altra parte e la classe politica deve assumersi le proprie responsabilità mettendo in campo azioni concrete, immediate ed efficaci per contrastare il fenomeno del bullismo per sostenere i giovani più fragili.
I numeri che emergono dalle ricerche più recenti sono allarmanti e impongono una risposta decisa: il 65% dei giovani dichiara di essere stato vittima di violenza e, tra questi, il 63% ha subito atti di bullismo mentre il 19% è stato colpito da cyberbullismo, secondo l’Osservatorio Indifesa 2024 di Terre des Hommes[1].
Dietro queste percentuali non ci sono semplici statistiche, ma vite spezzate, sogni infranti e famiglie distrutte: ci sono Paolo e tutti i Paolo che ogni giorno combattono in silenzio nelle nostre scuole e nei nostri territori. Fondamentale, quindi, diventa valorizzare il ruolo strategico della scuola nella formazione dell’individuo e nel contrasto alle solitudini che affliggono i nostri ragazzi. Questo compito è ancora più cruciale nelle aree caratterizzate da disagio economico, sociale e culturale, dove le fragilità giovanili trovano terreno fertile per trasformarsi in tragedie. La scuola può e deve rappresentare un presidio di speranza e protezione per i giovani più vulnerabili, ma per farlo efficacemente ha bisogno di docenti all’altezza del compito.
È fondamentale che gli adulti siano veramente capaci di accompagnare le giovani generazioni, che per la loro età, naturalmente, richiedono cura e attenzione; pertanto, serve una comunità educante capace di riconoscere il bisogno dei nostri ragazzi, nella delicata fase della crescita, di riferimenti stabili e di un sostegno costante. Troppo spesso, però, gli adulti, presi dalla frenesia della routine quotidiana, non si soffermano ad ascoltare i bambini ed i ragazzi, perdendo di vista i loro eloquenti silenzi, frutto di una società sempre più difficile da comprendere ed interpretare. Questi silenzi parlano più di mille parole, raccontano di solitudini nascoste, di paure non espresse, di richieste d’aiuto inascoltate. I nostri giovani si trovano a navigare in un mondo complesso, dove la comunicazione digitale spesso sostituisce il dialogo diretto, dove i social media creano nuove forme di esclusione e violenza, dove la velocità della vita moderna lascia poco spazio alla riflessione e all’ascolto profondo. In questo contesto, il silenzio dei ragazzi non è mai vuoto, è carico di significati che richiedono tempo, pazienza e sensibilità per essere decodificati. È necessario stabilire patti educativi connotati dalla fiducia tra genitori, docenti e istituzioni, patti che non devono rimanere solo su carta ma tradursi in azioni quotidiane di accompagnamento e protezione.
Se è vero che la stragrande maggioranza degli insegnanti italiani è composta da professionisti preparati che lavorano ogni giorno per trasmettere non solo conoscenze ma anche valori, è altrettanto necessario garantire che tutti i docenti siano idonei a questa professione, adeguatamente formati e supportati per svolgere al meglio il loro delicato compito educativo.
La scuola, tuttavia, non può essere lasciata sola in questa battaglia cruciale, serve un impegno corale e coordinato che coinvolga istituzioni, famiglie e società civile in un patto educativo rinnovato. Dalla politica, in particolare, deve arrivare un esempio importante, quello di non esasperare i toni ed essere attenti alle parole che si usano e ai gesti che si compiono. Come ha ricordato l’Arcivescovo di Gaeta, mons. Luigi Vari, al termine della fiaccolata, noi adulti dobbiamo riflettere sulle parole che usiamo perché come possono creare legami così possono distruggere. Don Lorenzo Milani ci ha insegnato che “La parola è la chiave fatata che apre ogni porta”, poiché aveva compreso che la padronanza della lingua è strumento di liberazione e giustizia sociale: chi possiede le parole giuste può difendere i propri diritti, esprimere i propri bisogni, costruire dialogo e comprensione; ma se le parole possono aprire porte verso la conoscenza e l’emancipazione, possono anche diventare armi che feriscono e distruggono, come troppo spesso accade nei casi di bullismo e cyberbullismo. Se vogliamo educare i giovani al rispetto e al dialogo, dobbiamo per primi dimostrare che è possibile confrontarsi civilmente anche nelle divergenze più profonde. I nostri ragazzi assorbono tutto, anche il linguaggio e i comportamenti degli adulti che dovrebbero fungere da modelli.
Non possiamo permetterci di aspettare che si verifichi un altro dramma come quello di Paolo, dobbiamo investire subito in progetti di prevenzione, sportelli di ascolto e formazione specifica per docenti e genitori per costruire reti di supporto capaci di intercettare il disagio giovanile prima che si trasformi in tragedia irreversibile.
Gli occhi di mamma Simonetta ci ricordano una verità scomoda ma innegabile, ovvero ogni giorno che perdiamo è una vita che potremmo non riuscire a salvare. La politica ha il dovere morale di agire immediatamente e concretamente, perché Paolo e tutti i ragazzi come lui meritano un futuro diverso. Meritano di essere protetti, meritano di crescere in una società che li accolga e li sostenga, invece di ferirli e abbandonarli.
La fiaccolata del 20 settembre non deve rimanere solo un momento di commozione collettiva bensì diventare l’inizio di un cambiamento reale, tangibile e duraturo. Solo così la memoria di Paolo potrà trasformarsi in speranza concreta per tutti gli altri Paolo che ancora possiamo e dobbiamo aiutare.
[1] https://terredeshommes.it/comunicati/osservatorio-indifesa-2024-il65-dei-giovani-ha-subito-violenza