La grave crisi ambientale in atto ci pone davanti alla consapevolezza che l’impatto del cambiamento climatico danneggerà sempre più la vita delle persone, con ripercussioni sulla salute, lavoro, benessere e migrazioni forzate.

La crisi climatica rappresenta l’effetto più evidente e progressivamente dannoso di un livello crescente di inquinamento che le istituzioni internazionali non riescono a limitare, avendo legato le proprie politiche principalmente allo sviluppo economico, tralasciando completamente la tutela della nostra casa comune.

La tutela dell’ambiente non può essere confinata ad una questione meramente ecologica, si tratta di un problema sociale globale, soprattutto perché colpisce e colpirà sempre più le fasce deboli della popolazione.

Gli sforzi posti in essere dalle Nazioni non sono assolutamente sufficienti a fronteggiare un problema così profondo e che tende ad acuirsi sempre più velocemente anche in ragione di una chiara debolezza della politica internazionale, incapace di coordinarsi in situazioni complesse e carente nella tutela dei diritti umani.

Nell’ultima COP 24 è stata ribadita la decisione per cui i Paesi sviluppati, responsabili della maggior parte delle emissioni di COrilasciate nell’atmosfera, devono sostenere finanziariamente i Paesi del Sud globale, colpiti fortemente dalle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Le parti hanno convenuto di ispirare le azioni di ogni paese al principio di trasparenza. In particolare, ogni Paese sarà tenuto a presentare ogni due anni un inventario nazionale sulle emissioni, e riguardanti le modalità di sviluppo e consolidamento degli impegni presi.

Al contempo la COP 24 si è conclusa senza prevedere una strategia riguardo temi centrali come
i diritti umani, la giustizia ambientale e intergenerazionale.

Il cambio di paradigma tanto atteso non è arrivato: le aspettative e le speranze di molti attivisti sono state deluse, perché la conferenza non ha portato alla definizione di un vero e proprio programma d’azione comune.