Dopo mesi difficili sembra che un vento di distensione stia soffiando sulle relazioni tra Washington e Bogotà. Martedì 3 febbraio, nella capitale statunitense, si è tenuto un incontro tra Gustavo Petro e Donald Trump. Il colloquio è stato definito “positivo”. L’evento segna un ritorno a toni più istituzionali tra i due leader e alla collaborazione tra i due stati.

A settembre, infatti, in seguito alle dichiarazioni di Petro durante l’Assemblea Generale della Nazioni Unite e alla sua partecipazione ad un corteo a sostegno della Palestina, l’amministrazione Trump gli aveva revocato il viso per l’ingresso nel paese. Il Dipartimento di Stato su X aveva definito “incendiarie e spericolate” le azioni leader di Bogotà. Durante la manifestazione Petro, armato di megafono, aveva invitato i militari statunitensi a disobbedire agli ordini dell’esecutivo. Inoltre, dopo l’estate, gli Stati Uniti avevano rimosso alla Colombia la certificazione di “alleato contro il narcotraffico”. Nelle scorse settimane Trump aveva accusato il leader colombiano di essere un narcotrafficante, critica già rivolta a Nicolás Maduro. Proprio in seguito alla cattura dell’ex presidente venezuelano, dal governo colombiano si erano levate aspre critiche contro l’ingerenza statunitense nelle vicende dell’America Latina.

Eppure il giorno successivo al colloquio a Washington, sul profilo X di Petro è apparso un tweet con una foto del tipico cappellino MAGA recante la scritta “Make AmericaS Great Again”. Da un lato una strizzata d’occhio all’amministrazione repubblicana, dall’altra, con l’aggiunta della “S”, il tentativo di ribadire il protagonismo dei paesi latinoamericani. Nonostante gli scontri avuti in passato, a Petro sembrano piacere i “gringos franchi” come Trump. La ripresa delle relazioni istituzionali tra nord e sud America non è casuale. Sulla leadership di Petro pesano le elezioni legislative che si terranno l’8 marzo e le presidenziali di fine maggio. “I sondaggi mostrano che i colombiani hanno una buona opinione della potenza nordamericana e sperano che ci siano relazioni armoniose” scrive il giornalista Giovanni Esteban Lewin su El País. Così facendo, il presidente ha messo a tacere uno dei principali argomenti critici degli oppositori di destra.

In questo quadro di apparente distensione è significativo il ritorno della cooperazione tra i due paesi per la lotta al narcotraffico. A fine anni ’90, durante la presidenza di Bill Clinton, viene messo a punto il Plan Colombia, un accordo diplomatico ed economico con l’amministrazione guidata da Andrés Pastrana Arango per combattere i cartelli della droga e i gruppi di guerriglieri armati attivi nel paese sudamericano. L’amministrazione Obama nel 2016 inaugura la Paz Colombia, segnando un’ulteriore svolta nelle relazioni tra i due paesi e garantendo, in caso venisse raggiunta un’intesa per la pace con i combattenti delle FARC, un finanziamento ingente, circa 450 milioni di dollari, al governo di Juan Manuel Santos. L’accordo tra governo e ribelli viene raggiunto nell’ottobre dello stesso anno. Dal 2022 con l’elezione di Gustavo Petro, la Colombia sta attraversando una nuova fase, quella indicata dal presidente come Paz Total: un ambizioso piano di riforme e di pacificazione definitiva da raggiungere tramite accordi con i gruppi armati ancora oggi attivi nel territorio, molti dei quali si finanziano con i proventi ottenuti dalla coltivazione e vendita della coca. L’attuazione del piano ad oggi non ha portato i risultati sperati dall’amministrazione colombiana.

In risposta alla ritrovata collaborazione tra Washington e Bogotà, nel giorno successivo all’incontro, il Clan del golfo, principale cartello della droga del paese, ha annunciato la sospensione dei negoziati di pace in corso con il governo di Petro. A pesare nella decisione è stata la promessa fatta da Petro di catturare entro due mesi il capo del cartello Jobanis de Jesús Ávila Villadiego, conosciuto come Chiquito malo. Insieme a lui, negli accordi con gli Stati Uniti, rientra anche l’impegno ad arrestare Iván Mordisco, capo dei dissidenti delle FARC, e Gustavo Aníbal Giraldo, alias Pablito, figura chiave dell’Esercito di liberazione nazionale. Il Clan, tramite un comunicato stampa, ha accusato il presidente di essere venuto meno agli impegni presi per la stabilizzazione del paese e di aver anteposto i propri interessi personali al “bene più grande, che è la pace nei territori”.