Negli ultimi anni la diffusione capillare di Internet ha portato bambini e adolescenti ad essere sempre più esposti al mondo digitale. La diffusione dei cellulari ha connesso quasi tutta la popolazione italiana. Secondo We Are Social 2024, nel nostro paese 43milioni di persone, della popolazione di età compresa tra i 16 e i 64 anni, possiede uno smartphone. Secondo le ultime stime di Save the Children: in Italia circa un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni usa lo smartphone tutti i giorni. Una tendenza che negli ultimi anni è in costante aumento con una netta prevalenza al Sud e nelle Isole. Il 62,3% dei preadolescenti (11-13 anni), oltre tre su cinque, ha almeno un account social. Il 35,5% ne ha su più piattaforme e un ulteriore 26,8% soltanto uno.

Il CENSIS, in un’indagine del 2021, ha rivelato che quasi il 60% degli adolescenti dichiarava di utilizzare lo smartphone più spesso che nel passato e la metà degli intervistati dichiarava di passare più di 3 ore al giorno sul dispositivo. Il Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri in uno studio condotto insieme al Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto superiore di sanità, ha definito l’utilizzo dei social media un’attività che crea dipendenza comportamentale tra gli adolescenti. Secondo i risultati, la “dipendenza da social media” coinvolge il 2,5% dei ragazzi tra 11 e 17 anni, percentuale che raggiunge il 3,1% per le ragazze tra 11 e 13 anni e il 5,1 per cento per le ragazze tra 14 e 17 anni.

Anche al di fuori del nostro paese i dati parlano chiaro. Uno studio condotto nel 2024 dall’OMS ha dimostrato che, a livello globale, l’uso problematico dei social media tra gli adolescenti è aumentato dal 7% nel 2018 all’11% nel 2022. Lo studio evidenzia gli effetti negativi sulla salute mentale, sul sonno, sul benessere e sul rendimento scolastico. Mentre una pubblicazione dell’International Journal of Environmental Research and Public Health ha affermato che l’esposizione al mondo virtuale fa aumentare i livelli di depressione tra i giovani, soprattutto tra i più vulnerabili. Questa ipotesi è riportata anche da uno studio condotto sulla popolazione liceale statunitense dall’American Economic Review. La ricerca dimostra un aumento della depressione del 9% e un aumento dell’ansia del 12% tra i giovani che fanno un maggior uso dei social rispetto alla media dei coetanei.

Avere a disposizione un device non significa quindi avere un accesso effettivo e sicuro al mondo online. Per garantire un accesso equo al digitale servono una connessione veloce, dei dispositivi adeguati e, soprattutto, competenze digitali diffuse. Per evitare che l’avanzamento tecnologico aumenti le fratture sociali occorrerebbe in primis colmare il digital devide, ovvero l’esclusione di un individuo o di un gruppo di persone dall’accesso a internet. Questa condizione, nel lungo periodo, si può anche trasformare in un divario di natura socioeconomica e culturale tra individui. I segmenti della popolazione più a rischio sono persone anziane, le persone con disabilità, chi ha un retroterra migratorio, donne con scarsi livelli di alfabetizzazione, famiglie a basso reddito e abitanti delle zone meno fornite di servizi della nostra penisola.

Tutto questo però non può prescindere dal ricevere una vera e propria educazione digitale, senza la quale è difficile per garantire un accesso competente e sicuro alla rete. Questo riguarda i più piccoli, ma anche gli adulti. Il solo accesso a internet non tutela le persone, servono competenze che spesso mancano. “Il quadro delle competenze dei ragazzi in ambito digitale in Italia presenta luci e ombre” si legge sul sito di Save the Children. Se da una parte i dati sulla popolazione italiana stanno migliorando anno dopo anno, ancora oggi il 14% degli studenti di terza media non ha raggiunto le competenze digitali minime.