Nell’occasione del suo novantesimo compleanno, Achille Occhetto ha risposto alle nostre domande. È stato più volte parlamentare italiano ed europeo. Prima segretario della Federazione Italiana dei Giovani Comunisti italiani, poi ultimo segretario generale del Partito Comunista Italiano. È stato tra i fondatori del partito del Socialismo europeo.
Onorevole Occhetto, lei è cresciuto in una casa dove c’era un fermento culturale straordinario: suo padre era amministratore delegato della Einaudi e molti intellettuali frequentavano la vostra famiglia. La sua casa di Torino durante la Resistenza era stata la sede clandestina della sinistra cristiana. Ci racconti di quegli anni: quali incontri, conversazioni o maestri hanno plasmato la sua coscienza politica? Cosa la spinse a scegliere proprio il Partito Comunista Italiano?
Durante il fascismo, in casa nostra, ospitavamo la sede clandestina della Sinistra Cristiana e si riunivano gappisti ma anche antifascisti di diversa provenienza: socialisti, comunisti, azionisti e anche qualche monarchico. Quella è stata un’esperienza adolescenziale essenziale, intanto, per il clima di dibattito, cospirazione, poi perché quegli intellettuali che scrivevano a macchina, giorno e notte, mi sembravano gli apostoli del risorgimento. Inoltre, ospitavamo anche una giovane ebrea che sfuggiva alle persecuzioni. Il momento più entusiasmante è stato quando, il 25 aprile, ho visto sfilare piccoli carrarmati, costruiti dagli operai della FIAT per aprire la strada ai partigiani che scendevano dai monti con le bandiere, rosse o tricolori, svettanti al cielo. Da allora, decisi che sarei stato per sempre un uomo di sinistra. Subito dopo la Liberazione, tra le personalità che influirono sulla mia formazione, ci furono Cicino Balbo, il segretario della sinistra cristiana del nord, il quale era stato anche il mio padrino di prima comunione e Franco Rodano, segretario della sinistra cristiana del sud. Casa mia era frequentata anche dagli intellettuali della casa editrice Einaudi come Italo Calvino e Cesare Pavese che mi correggeva i compiti di latino; Natalia Ginzburg trascorreva i pomeriggi a parlare con mia madre. Dopo la scomunica ai comunisti, di quegli intellettuali, alcuni scelsero di aderire alla Democrazia Cristiana, altri al Partito Comunista Italiano come mio padre. Io, invece, passai un periodo di indecisione frequentando la mia parrocchia, poi scelsi il Pci perché mi pareva la forza più popolare e più organizzata per inverare i valori di socialità per una società diversa che tutti avevano condiviso. La circostanza decisiva fu la festa dell’Unità, dopo aver ascoltato Umberto Terracini e da allora ho militato prima nella federazione giovanile e poi nel PCI.
Lei è stato l’artefice della “svolta della Bolognina”: a più di trent’anni di distanza, come valuta quella scelta storica di sciogliere il PCI? Come visse le resistenze interne e le accuse di aver tradito la storia del partito?
Intanto, vorrei fare una precisazione, non decisi di sciogliere il PCI ma di dar vita ad una Costituente per una nuova sinistra poiché, proprio in quel momento, eravamo nel periodo del crollo del muro di Berlino, mi ricordai degli antifascisti di diverso colore che avevo visto girare in casa mia e pensai che non era solo un muro di pietra ma una barriera ideologica e, quindi, era giunto il momento di riunirli e riprendere il cammino della democrazia antifascista.
Ma la cosa più importante, è che non ci fu da parte mia nessuna abiura, la svolta non fu fatta contro la indimenticabile storia del Partito Comunista Italiano, dove italiano fa la differenza, ma un evento internazionale di portata incalcolabile. Cambiavano tutti i parametri del post seconda guerra mondiale: il mondo sarebbe cambiato profondamente e dissi ai miei compagni che, la campana del nuovo inizio, sarebbe suonata per tutti.
Quindi, la svolta non fu il raptus di un giorno: io stesso, di fronte all’aggressione dell’Ungheria, avevo 20 anni, scrissi il primo documento della mia vita politica contro l’intervento sovietico. Il mio pensiero fu pubblicato da “Nuova Generazione” con il titolo “Il furore domina il cuore dei giovani comunisti”; successivamente, nel 1968, dissi che in tutti quei paesi dell’Est era necessaria una rivoluzione democratica.
La verità è che la parola comunismo era stata tradita. Non era più quella di Gramsci, le grandi masse globali la associavano ad un sistema autoritario.
La mia fu l’esigenza di un nuovo inizio volto ad inverare i principi traditi. Valuto positivamente il valore della svolta: primo, perché, come qualcuno ha detto, ho salvato l’onore dei comunisti italiani; secondo, perché senza la svolta, non ci sarebbero stati né l’Ulivo né il Partito Democratico.
Lei ha vissuto la fine della Guerra Fredda e le successive fasi geopolitiche. Oggi assistiamo a nuove tensioni internazionali: quale ruolo dovrebbe giocare l’Italia e l’Europa in questo contesto?
Viviamo un passaggio storico critico: la nuova strategia degli Stati Uniti segna la fine dichiarata dell’alleanza transatlantica e spinge verso un ordine fondato solo su forza e denaro. Secondo questa lettura, Washington mira a un’Europa frammentata e subordinata, in linea con la visione attribuita anche alla Russia: un continente diviso in piccoli Stati, incapace di difendere i propri interessi. Trump e Putin vogliono la stessa cosa, un’Europa divisa in diversi staterelli, quindi impotente e facile preda dei loro interessi imperiali. Per i Paesi europei si apre così una responsabilità decisiva, quasi esistenziale. L’unica risposta possibile sarebbe un’Europa capace di riconoscere, autocriticamente, i propri limiti e trasformare il suo peso economico e culturale in un vero potere politico unitario. Non un nuovo attore imperiale, ma un soggetto democratico e pacifico, dotato di una voce sola e di strumenti comuni, anche militari, per difendere valori come libertà e tolleranza. Un’Europa impegnata a costruire una governance mondiale fondata sulla giustizia internazionale, sul disarmo controllato e sulla fine delle vecchie alleanze militari. In questo quadro, è un grave errore che la presidente Meloni non rinunci al diritto di veto: è un favore a Trump e a Putin.
La sua figura è spesso associata al coraggio di cambiare: oggi, anche nel contesto europeo, quali trasformazioni ritiene necessarie per la politica italiana e per la sinistra in particolare?
È giunto il momento, come sostengo nel mio libro appena uscito “Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia”, di riconsiderare sia la democrazia sia la sinistra. In primo luogo, la democrazia deve essere inclusiva, mettere al centro il lavoro e combattere le disuguaglianze: senza uguaglianza, la libertà perde significato e la democrazia si svuota. Anche la sinistra deve ripensarsi, perché le analisi dei grandi teorici del passato riguardavano un capitalismo ormai superato. Il capitalismo attuale si sta sganciando dalla democrazia e trova più conveniente operare in paesi autoritari dell’est, che si definiscono comunisti, privi di tutele e controlli, dove le grandi potenze tecnologiche e finanziarie possono agire senza limiti. Per questo la sinistra deve alzare il livello della propria lotta, comprendendo che la sfida riguarda le tecnologie avanzate, in particolare l’intelligenza artificiale, e che i conflitti futuri si giocheranno anche nello spazio, sui satelliti. Occorre, inoltre, riconoscere che il lavoro è parcellizzato. La sinistra deve uscire dall’amarcord e assumere due compiti: ripartire dai diritti sociali per rendere credibili anche gli importantissimi diritti civili e non viceversa, unificando in modo nuovo un mondo del lavoro sempre più diversificato; e partire dai poveri, dai dimenticati, dai lavoratori impoveriti e da un ceto medio in declino, sostenendo le imprese che non partecipano al capitalismo predatorio. Infine, le alleanze devono nascere nel sociale e poi tradursi in una vasta alleanza democratica, inclusiva e capace di difendere una democrazia oggi realmente in pericolo nel mondo.
Dopo una vita dedicata alla politica attiva, quale pensiero affida alle nuove generazioni per spronarle ad occuparsi di politica e a credere nella possibilità di cambiare la società?
Ai giovani dico che la libertà è intenzionalità: come cantava Gaber, non è uno spazio sgombero, ma è partecipazione. È una scelta personale, un atto di presenza nel mondo. Antonio Gramsci immaginava una “città futura” in cui nessuno resta alla finestra mentre pochi si sacrificano; per questo affermava: “Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”, perché l’indifferenza è rinuncia alla propria responsabilità. Ricordo anche Dante che, colto dallo stesso sacro furore di Gramsci, fa fare a “le anime tristi di coloro che vissero senza infamia e senza lode” la fine che tutti sappiamo; e scrivendo di chi non ha militato né da una parte né dall’altra fa dire a Virgilio sdegnosamente: “non ragionam di lor, ma guarda e passa”.
Occorre soprattutto pensare in grande, immaginare una società diversa e più giusta. E aggiungo un’avvertenza: quando qualcuno vi dirà che siete utopistici, in realtà vi sta dicendo che siete politicamente stupidi. Non credetegli. Non spaventatevi e sviluppate, con passione, le aspirazioni per un futuro migliore. E’ necessario coltivare l’utopia del possibile perché non è mai vero che non c’è alternativa.