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Che fatica essere giovani, oggi!

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“Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.” Così Antonio Gramsci, nel 1919 sul primo numero della rivista “L’Ordine Nuovo”, indicava i tre compiti fondamentali per l’emancipazione delle classi meno abbienti e la loro fattiva partecipazione al (e nel) mondo. Parole, quelle del politico e filosofo, che, espunte dal contesto per cui furono “pronunciate”, possono ben apparire come un monito ed un insegnamento a noi giovani, ossia a chi, in un tempo in cui l’incertezza del futuro e la complessità del presente sembrano avere il sopravvento, “non se la passa proprio liscia”.

Aspettative, ansie, pressione da lavoro sono tutte emozioni che, nel bene e nel male, noi giovani viviamo quotidianamente, in una società che si preoccupa per noi ma che poco si sta occupando di noi: la (de)responsabilità degli adulti; in un mondo basato sulla forza che schiaccia la fragilità, siamo spesso oggetto delle aspettative sociali, con la conseguenza che l’angoscia derivante dalla pressione di dover giungere a modelli di perfezione, talvolta irrealistici, imposti dal “mondo dei grandi”, ci induce a sentirci mal funzionanti o difettati.

Una sintesi della nostra condizione attuale è stata fornita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel consueto (ultimo) discorso di fine anno, in cui ha invitato le istituzioni a non ignorare i segnali di disagio delle nuove generazioni, riconoscendo che molto spesso il nostro Paese fa sentire noi giovani “estranei a un mondo che non possiamo comprendere”, nonostante abbia bisogno delle nostre speranze e della nostra capacità di cogliere il nuovo.

Ogni generazione ha vissuto eventi che hanno avuto un impatto nella crescita e nello sviluppo della coscienza e la pandemia da Coronavirus lo è stata per la mia; sebbene dal punto di vista strettamente medico-sanitario sia stata meno colpita sta pagando su altri piani  la crisi che ne è derivata .

Se, però, analizziamo la parola “crisi”, che nell’accezione comune indica un peggioramento della situazione corrente, dobbiamo anche esaminarla nel suo contesto etimologico: crisi deriva dal verbo greco κρίνω, che significa “dire”, “discernere”, “giudicare”, “valutare” e gli antichi Greci ne hanno dato un’interpretazione illuminante: la crisi è un momento di valutazione e di discernimento, una grande opportunità di vita ed un regalo da accogliere, per trasformare le nostre crisi in occasioni, senza mai perdere la speranza, vera grande forza che abbiamo nel cuore.

La gioventù può essere una stagione che consente a chi la vive di incidere sulle scelte della società, stimolare il cambiamento, richiamare l’attenzione sul futuro.

Ritengo che oggi noi giovani siamo chiamati a soffrire, cadere e con gli occhi rivolti al Cielo riprendere fiato e ripartire per volare alto, cercando di essere, come affermava Plutarco, lampade da accendere e non vasi da riempire.

A coloro (di noi) che pensano di non avere un futuro, che si sentono sopraffatti dall’angoscia e credono che il dolore sia insostenibile se non dandogli la morte, voglio gridare: “Chiedete aiuto!”.

Nessuno può salvarsi da solo. Abbiamo il diritto di farci ascoltare, di essere fragili e autentici. Chiedere aiuto non è un atto di debolezza, ma un gesto profondo che ricorda a chi ci sta intorno la bellezza dell’essere umani. L’amore è capace di compiere miracoli straordinari.

Concludo con l’auspicio di San Giovanni Paolo II che è un augurio per tutti noi “Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro”.

 

 

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