Numero d’iscritti in caduta libera (nel 2024 5,3 % tra tutti gli indirizzi). Tacciato di creare una cultura d’élite, retrograde e anacronistica. È stato addirittura processato nel 2014 e scagionato solo grazie all’arringa di Umberto Eco. E chi più ne ha, più ne metta. Insomma, è chiaro che parliamo del liceo classico.
Puntualmente ogni anno gli studi umanistici si ritrovano alla berlina del famoso interrogativo “Perché studiare i classici oggi?”. La risposta è già stata affrontata abbondantemente, ma la verità del responso è sempre così dissonante rispetto ai modelli di vita e di pensiero della nostra società che sembra sempre doveroso riformulare la ragione per renderla più comprensibile – o appetibile? – all’orecchio di tutti. Basta infatti che qualcuno dica: “Che studi a fare le lingue morte: è una perdita di tempo!” O che qualcun altro aggiunga: “Tradurre è difficile e non ti serve a nulla se non a ricordarlo con amarezza; impara le lingue del presente e i numeri: quello è il futuro!” Già immagino come tremano le gambe del ragazzo o della ragazza con lo zaino sulle spalle all’ingresso del ginnasio, o come si allarga il colletto della camicia il padre che l’ha da poco iscritto, o infine come si sistema nervosamente la ciocca di capelli dietro l’orecchio la madre che ha appena preso il costosissimo vocabolario di latino. Che amarezza! Lo sbaglio della vita? E cosa posso dire io al loro primo giorno di scuola per fargli capire che quella, invece, è la scelta migliore?
Iniziamo. Cercherò prima di accomodare i detrattori, così che possano leggere anche loro con interesse fino alla fine. Anzitutto perché “serve”? Beh, in realtà non serve, perché non è servile, ma insegna, ovvero lascia un segno dentro che, come fosse un codice genetico, si replica nelle azioni della nostra vita, soprattutto nelle scelte importanti. Il fatto che spesso il classico venga accusato di non fornire dati analitici, tipici delle materie scientifiche, per comprendere la realtà di tutti i giorni, è una menzogna da chi il classico o non l’ha frequentato o ha avuto una cattiva esperienza che vuole far scontare, a mo’ di ripicca, a tutti gli altri. Al classico la matematica e la fisica sono materie fondamentali del curriculum, in quanto fondate, esplorate e amate dagli stessi autori che sono studiati nella letteratura. Chiedete a Platone che non permetteva a nessuno che non fosse esperto di scienze matematiche di entrare nel suo liceo, oppure ad Aristotele e a Eratostene che per l’armonia tra l’analisi scientifica, le misurazioni e lo studio dell’uomo hanno donato la loro vita. Per non parlare dei Romani, chiedete a Lucrezio del suo interesse per la natura e gli atomi oppure a Seneca e a Plinio delle loro ricerche sulle scienze della terra. Quale sarebbe dunque la pecca del classico: quella di coniugare gli interessi scientifici con un’introspezione dell’uomo? La perdita di tempo sarebbe seguire le orme dei Greci e conoscere sé stessi in modo da agire liberi da condizionamenti? Sarebbe capire attraverso la filosofia latina come raggiungere la propria felicità e non cercare di imitare quella altrui per una vita intera?
È vero, però, che ultimamente un problema al classico sta venendo a galla: il suo “aggiornamento”. Si è tentato più volte di revisionare il sorpassato modello del liceo classico delineato da Gentile nel ’23. I risultati purtroppo sono ancora ambigui.
Ad esempio, numerosi istituti scolastici, intimoriti non solo dal picco negativo delle iscrizioni, ma soprattutto dalle mode del tempo, condiscono i programmi scolastici di percorsi paralleli in altre lingue e investono tutte le risorse disponibili nell’implementare le tecnologie possibili in classe e poco -o nulla- nei corsi d’aggiornamento per i docenti. Il risultato è un habitat ostile per chi insegna e dispersivo per chi impara. Ciononostante, gli errori di alcuni dirigenti non possono diventare la condanna per tutti. La capacità di visione, l’autonomia di pensiero, la libertà creativa che si acquisiscono dal grande bilanciamento del classico tra la lettera e il numero, tra il conoscersi e conoscere, non possono essere svendute.
Un’ultima e frequente accusa rivolta al classico è che comporti più fatica, inutile. Ciò, tuttavia, non implica che questa non dia frutti ben più copiosi e duraturi. Infatti, la difficoltà dovuta allo studio delle lingue morte è una rara e preziosissima palestra formativa tra le poche rimaste oggi. È sotto gli occhi di tutti che i giovani, più giovani, meno giovani – ormai anche bebè e anziani – sono dipendenti, obbligati o abituati a svolgere più attività contemporaneamente, come chattare, ascoltare musica e lavorare o studiare. Questo è scientificamente provato che porta una frammentazione dell’attenzione e a una minore capacità di concentrarsi nonché un decadimento della memoria. Quindi di fronte a questo cambiamento in atto siamo sicuri che dell’inutilità dell’esercizio della traduzione? Davvero vogliamo condannare uno dei pochi esercizi della nostra contemporaneità che forma una mente non distratta, perché attenta alle complesse sintassi, critica, perché deve scegliere il significato migliore tra i differenti possibili, e riflessiva, perché non deve comprendere solo il significato letterale, ma l’interpretazione del brano che spesso contiene una profondità filosofica maggiore di quella che si saprebbe esprimere con le parole della propria lingua?
Se non dovesse essere bastante e convincente quanto detto finora, potrei capirlo e, pur non condividendolo, lo accetterei. Solo per un aspetto non potrei scendere a compromessi: l’opportunità che danno gli studi umanistici di approfondire le gesta dell’uomo, dentro e fuori di sé, e quindi di riconoscere tutta l’umanità come un unico popolo, un’unica famiglia, insomma per dirla con Francesco Fratres omnes: fratelli tutti. E in un mondo dove la divisione regna, dove il desiderio di primeggiare sugli altri è diventato il nuovo imperativo categorico, la consapevolezza di essere tutti fratelli non potrebbe aiutarci a raggiungere la tanta agognata pace che ogni anno più genti nel mondo gridano?
Allora questo dirò ai ragazzi e ragazze nel primo giorno di scuola: “Gli sforzi del vostro quinquennio classico non vi renderanno dei ragazzi e delle ragazze contagiati dall’infodemia delle comunicazioni. Non vi trasformeranno nemmeno in donne e uomini pressappochisti, che credono di semplificare, ma in realtà sminuiscono, svendono e sventrano la conoscenza. Non sarete, infine, persone affette da una memoria labile che produce ignoranza, non sarete sudditi di un pensiero tecnologico piatto che produce mostri informatici, o addirittura di una tecnocrazia che produce inciviltà. Tutto questo lo lasciamo a chi loda solo il numero, a chi immagina uno studente come un homo dimidiatus, che per ora accompagnerà il computer e presto ne sarà sostituito; un uomo che sarà costretto nei limiti della inventiva di qualcun altro, che sarà schiavo del pensiero di massa. Il liceo classico invece sogna l’educazione di un homo universalis, che possa comprendere la realtà caleidoscopica, confusa e complessa in particolare dei nostri giorni, che possa inventare nuovi sistemi di elaborazione e non esserne dipendente, che non segua il suo istinto, ma rispetti la sua vocazione, ovvero il proprio ruolo all’interno della società, e infine che possa immaginare un mondo migliore a misura d’uomo, perché conosce l’uomo e lo riconosce come suo fratello.”