In questa intervista di Alberto Ceresoli per L’Eco di Bergamo del 23 settembre 2026, padre Francesco Occhetta sottolinea l’urgenza di promuovere un modello di sviluppo autenticamente umano e integrale, con un ruolo centrale affidato alla formazione continua come strumento essenziale per riscoprire il valore della persona e della fraternità.
Il titolo del convegno cui prenderà parte parla di “etica della responsabilità”. In un’epoca segnata da crisi geopolitiche, disuguaglianze, trasformazioni tecnologiche e cambiamenti climatici, cosa significa nel concreto essere responsabili nel prendere decisioni che riguardano il futuro?
Nel tempo dell’IA, l’etica della responsabilità è una bussola interiore che ci aiuta a valutare le conseguenze delle nostre scelte, personali e sociali. La coscienza, però, va formata, perché non diventi uno strumento per autogiustificare il male. Lo scriveva Freud ad Einstein nel 1932.
Anche i principi della Dottrina sociale — dignità della persona, bene comune, solidarietà, sussidiarietà e destinazione universale dei beni — sono luci nella notte come dimostra l’esperienza della Costituente, di cui ricordiamo gli ottant’anni.
Tutti noi siamo abituati a parlare di sviluppo soprattutto – e solo – in termini economici. Quali dovrebbero essere le dimensioni che non possiamo più permetterci di lasciare fuori quando parliamo di “cultura dello sviluppo”?
La crescita economica è necessaria, ma non basta a definire lo sviluppo. Possiamo diventare più ricchi ed essere più soli ed egoisti. Lo sviluppo autentico, di cui parlava Maritain, è quello “umano e integrale”, tiene insieme la dimensione economica e sociale, culturale e ambientale, relazionale e spirituale. Dovremmo misurare non soltanto ciò che produciamo, ma ciò che generiamo, come la fiducia e relazioni, la cura e conoscenza. Anche il lavoro degno è quello che oltre al reddito include l’autorealizzazione, la partecipazione e la responsabilità verso la comunità.
Interpretare il presente significa anche comprendere i cambiamenti che stanno attraversando (e sconvolgendo) la società. Quali sono i fenomeni che rischiamo di sottovalutare e che invece potrebbero determinare il nostro futuro?
Sono tre le preoccupazioni per la Chiesa, incluse nella Magnifica humanitas. La prima è la concentrazione di conoscenza, ricchezza e potere nelle mani di pochi soggetti privati globali che pesano più degli Stati. La seconda è la solitudine sociale, in particolare dei giovani, a causa dell’eccessiva iperconnessione. La terza è la povertà educativa, perché la nuova disuguaglianza è tra chi possiede gli strumenti per comprendere il cambiamento e chi è condannato a subirlo.
L’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie stanno trasformando profondamente il lavoro, l’economia e il modo in cui prendiamo decisioni. Quali principi etici dovrebbero guidarne lo sviluppo e il loro utilizzo?
La domanda decisiva è come orientare l’IA. La tecnologia non è un destino, incorpora scelte, interessi e valori di chi la progetta. L’urgenza è custodire ciò che è propriamente umano: consapevolezza e libertà, responsabilità e capacità di dare senso, prendersi cura e costruire relazioni. Un algoritmo può elaborare una decisione, ma non può assumerne una responsabilità morale, un drone non soffre quando uccide. Per questo all’alfabetizzazione digitale dobbiamo affiancare un’alfabetizzazione etica e antropologica. È questa la vera sfida.
La Fondazione Fratelli Tutti pone al centro il dialogo e la fraternità. In una società sempre più polarizzata, come si può trasformare il confronto tra posizioni diverse da elemento di divisione a risorsa per costruire soluzioni comuni?
La Fondazione è anzitutto un luogo di relazioni, in cui istituzioni, imprese, università, Terzo settore e corpi intermedi tornano a parlarsi e a progettare insieme. Lo facciamo all’ombra della Cupola di San Pietro, dove siamo nati. Attraverso i nostri progetti, come i corsi di formazione per managers o la Lectio Petri, ho compreso che la fraternità smette di essere una parola sentimentale e diventa un metodo politico e sociale quando trasforma l’“io contro di te” in un “noi davanti a un problema comune”. Aveva ragione Papa Francesco, solo la fraternità restituisce equilibrio alla libertà e all’uguaglianza, dopo le degenerazioni di un capitalismo che ci consuma e di socialismi ormai tramontati.
Parliamo spesso di “strategie vincenti”. Ma vincenti per chi? È possibile immaginare un modello di sviluppo che tenga insieme competitività, innovazione, dignità del lavoro, inclusione sociale e tutela dell’ambiente?
Occorre chiedersi se funzionare oppure esistere. Un’impresa è competitiva se forma le persone, custodisce il territorio e costruisce fiducia politica. Può diventare persino una palestra di democrazia, il vero sviluppo, infatti, non sacrifica la persona sull’altare dell’efficienza, è “umano” quando libera capacità e sogni, migliora il lavoro e allarga le opportunità. Quanti però lo scelgono?
Se dovesse indicare una responsabilità concreta che istituzioni, imprese e cittadini dovrebbero assumersi già oggi per costruire il futuro, quale sceglierebbe? E quale cambiamento culturale ritiene più urgente?
Sceglierei la formazione continua. È la scommessa della Fondazione Comunità di Connessioni nata nella Chiesa del Gesù di Roma, attraverso cui sono passati oltre duemila giovani. Sono quattro i pilastri del nostro modello: ritorno alla vita spirituale, competenze, costruzione di comunità e impegno diretto nella vita sociale e politica. Dobbiamo formare persone capaci di comprendere i cambiamenti, non di subirli. Lo avevano intuito Sturzo e Montini fino a Martini. È dal personalismo, tradizione culturale a cui appartiene il Presidente Mattarella, che può rinascere la speranza, altrimenti ritorneranno i generali.
Qual è il rischio più grande che corriamo oggi: non avere una strategia per il futuro o avere una strategia che non metta più al centro la persona?
Il rischio più grande è avere una strategia senza una terapia e una visione dell’umano. Magnifica humanitas ci ricorda che la persona è «magnifica proprio perché limitata»: la sua dignità non dipende dalla performance, dall’efficienza o dal successo. La domanda decisiva è allora: “Chi vogliamo diventare?”. Il Papa indica due strade: continuare a costruire la torre di Babele, in competizione e incapaci di comprenderci, oppure ricostruire insieme le mura di Gerusalemme, portando ciascuno il proprio mattone. È questa la responsabilità etica che ci attende.