Uscito nelle sale alla fine di settembre 2025, dopo aver vinto il Leone d’argento all’82ª Mostra internazionale del cinema di Venezia, con oltre venti minuti di applausi ininterrotti al termine della proiezione, ‘The voice of Hind Rajab’ è un film che riesce a creare una relazione diretta tra lo spettatore e chi, in questi anni, vive il dramma della guerra all’interno della striscia di Gaza. La regista Kawthar ibn Haniyya realizza questa connessione consentendo al pubblico di ascoltare la vera voce (realmente registrata dagli operatori della Mezzaluna Rossa) di Hind Rajab.

Hind, bambina palestinese di cinque anni, il 29 gennaio 2024 si trova a bordo di una piccola utilitaria insieme ad alcuni familiari intenti a fuggire da Gaza, ridotta ormai da giorni ad un vero e proprio campo di battaglia, quando, lungo il percorso, vengono raggiunti da colpi di artiglieria sparati dall’esercito israeliano. Muoiono tutti eccetto lei e la cugina di nove anni più grande, che riesce a contattare telefonicamente la Mezzaluna Rossa per essere tratte in salvo. Dopo poco anche la cugina viene uccisa, lasciando così la sola Hind, circondata da cadaveri, a instaurare un dialogo con chi, all’altro capo del filo, cerca di infonderle un esile speranza di salvezza.

Nel corso dell’intera visione del film la regia sovrappone finzione a realtà, conducendo lo sguardo (ma soprattutto l’ascolto) del pubblico a vivere il dramma sconvolgente della protagonista, bloccata dentro la carcassa di un’auto dalla quale, con un sottofondo il rumore di spari ed esplosioni, grida incessantemente: ‘Venite a salvarmi’.

C’è però un passo ulteriore a cui la pellicola conduce. Chi guarda il film, col procedere del racconto, comprende che quel grido è rivolto direttamente a lui e alla sua inerzia di fronte all’abominio di una guerra così crudele; è il grido di coloro che sono ingiustificatamente divenuti, come Hind Rajab, figli oppressi dall’odio e costretti, contro la propria volontà, a vivere una realtà intrisa di ostilità e di avversione.

È interessante osservare come ultimamente il cinema abbia narrato a più riprese il subire da parte delle nuove generazioni la follia, l’irresponsabilità, la radicalizzazione e l’incapacità degli adulti. Lo si era visto nel già recensito ‘Il seme del fico sacro’ dell’iraniano Mohammad Rasoulof (pellicola del 2024, uscito in Italia l’anno successivo) e lo si ritrova in ‘Una battaglia dopo l’altra’ di Paul Thomas Anderson del 2025, che in maniera sarcastica e grottesca accusa senza mezzi termini la polarizzazione della società americana (e non solo) divisa tra la ribellione antisistema, che ambisce a una libertà senza regole, ed il suprematismo raziale. Un Mondo in bianco e nero, incessantemente in conflitto (una battaglia dopo l’altra), nel quale l’altro è il male da estirpare ed annientare senza pietà e l’io non vuole riconoscerne (e viverne) la diversità. Un Mondo nel quale le nuove generazioni rimangono smarrite e private di ciò che è più essenziale: le relazioni umane.

Nel frattempo, la voce straziante di Hind Rajab continua a supplicarci: ‘Venite a salvarmi’.