Nell’annosa questione del rapporto tra uomo e téchne, oggi riportata in auge dalla rapida evoluzione dei sistemi di linguaggio generativi dell’intelligenza artificiale, si sono avvicendate diverse rappresentazioni simboliche della tecnologia: talvolta come “forza esogena” (responsabile di un progressivo processo di alienazione dal dato naturale), posta su un piano di totale alterità rispetto all’umano, talvolta come realtà contigua, se non addirittura indistinta dall’umano, su un piano di totale sovrapposizione ontologica.
Una altra definizione, è quella suggerita da papa Ratzinger nell’enciclica Caritas Veritatis, che spiega la tecnica come fatto profondamente umano, legato alla sua autonomia e libertà, oggetto della vocazione lavorativa propria dell’uomo, che in essa vede l’opera dell’ingegno, si riconosce e si realizza.
La tecnologia, dunque, come creazione dell’uomo, è una realtà autonoma e distinta, ma recante in sé l’impronta dell’umano e della determinazione storica che l’ha prodotta. Da questa prospettiva consegue, a mio avviso, la necessaria funzione relazionale e sociale della tecnologia, la sua applicazione a servizio del prossimo e del bene comune.
Un campo di indagine importante in questo ambito è quello dell’utilizzo delle tecnologie (e in particolare dell’IA) per l’integrazione e l’inclusività scolastica. La nuova Classificazione internazionale delle disabilità (ICF), introdotta nel 2001 dall’OMS per definire il rapporto tra salute e disfunzionalità, ha determinato nei contesti educativi (e non solo) una profonda risemantizzazione del concetto di handicap,. Rispetto all’impostazione tradizionale, orientata prettamente ad un’analisi funzionalistica delle facoltà psico-fisiche, il framework teorico dell’ICF definisce la disabilità come la risultanza dell’interazione tra il funzionamento corporeo dell’individuo e i fattori contestuali con cui egli interagisce.
A determinare un caso di disfunzione non è dunque solo la menomazione fisica personale, ma anche le caratteristiche dell’ambiente in cui operiamo, con la conseguenza che ognuno di noi potrebbe sperimentare una condizione di ‘disabilità’ se inserito in una realtà non progettata per le proprio specifiche qualità Lo spostamento, sul piano assiologico, da una concezione prettamente bio-patologica (e pertanto riduzionistica) di disabilità, ad una concezione ‘situata’, cioè correlata alle caratteristiche dell’ambiente circostante, ha prodotto un corollario importante per la ricerca pedagogica: le tecnologie, con la loro capacità di plasmare, modificare, ampliare gli ambienti, i processi e le relazioni educative, possono contribuire al superamento di alcune disfunzioni psico-fisiche e alla piena inclusività scolastica.
Tra le diverse recenti sperimentazioni è possibile individuare almeno tre interessanti sbocchi delle TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) e dell’IA nel campo delle metodologie didattiche per la disabilità (e non solo):
- il potenziamento delle attività di scaffolding, cioè di tutoraggio da parte del docente nello svolgimento di compiti di apprendimento, sia dentro che fuori le aule scolastiche. Piattaforme come “iTalk2Learn” e “AIDA”, progettate per un sostegno mirato all’apprendimento della capacità di calcolo o sistemi di intelligenza generativi (chatbot, modelli di linguaggio) capaci di guidare gli studenti nell’analisi di testi, nella costruzione di mappe concettuali e schemi di aiuto mnemonico o ancora sistemi di IA (“kahoot” e “al.”) progettati per valutare diagnosticamente gli alunni, individuando aree di fragilità e bisogni educativi specifici, possono rivoluzionare le dinamiche dei processi educativi;
- l’applicazione della realtà aumentata alle strategie didattiche. L’utilizzo di sistemi di realtà aumentata, di drivers education (su modello della drivers simulation), di alcune applicazioni della LIM possono contribuire a costruire una ‘rete integrata’ di diversi linguaggi, strumenti, opportunità per superare barriere architettoniche, limiti sensoriali di alunni con disabilità (studenti ipovedenti, affetti da sordità etc.), vincoli fisici e non delle strutture scolastiche;
- la sperimentazione di un paradigma inquiry-based learning. L’introduzione delle nuove tecnologie e dell’IA nei contesti educativi non determina solo un cambiamento procedurale, ma una vera e propria ristrutturazione cognitiva da parte sia degli studenti, che dei docenti. Avere a disposizione strumenti tecnologici, dinamici, interattivi e generativi può contribuire a spostare l’asse da una didattica trasmissiva e nozionistica ad una didattica euristica. Il superamento di un’educazione puramente cattedratica è alla base dell’idea pedagogica della valorizzazione e dell’integrazione di stili cognitivi diversificati nelle pratiche di apprendimento.
A quelle sopra elencate si aggiungono innumerevoli altre applicazioni in questo ambito di ricerca, riconoscendo nell’IA e nelle TIC un promettente tassello di un nuovo orizzonte, capace sempre più di accogliere le peculiarità di ogni studente come risorsa e arricchimento didattico, con la consapevolezza, però, che per tutte l’euforia della scoperta e delle talvolta ipertrofiche sperimentazioni non può far abbassare la guardia sui tanti rischi connessi all’evoluzione della tecnologia e al suo utilizzo.
Fintanto che la tecnologia si esprime come strumento di prossimità e non di distanza e di discriminazione, avvicinando ogni studente alle opportunità della cultura e dell’educazione e cercando di ridurre i divari economici e sociali, essa può dirsi effettivamente al servizio dell’uomo e dei più fragili e concorrere a realizzare, nelle aule scolastiche, un modello rinnovato per una società più equa e solidale.