Oggi il Mondo grida “PACE”.
Il 2025 è un anno segnato da numerosi conflitti: la guerra in Ucraina, la guerra a Gaza nel contesto del conflitto israelo-palestinese, la guerra in Yemen, la guerra civile in Sudan, i conflitti nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, i conflitti in Somalia, i conflitti in Nigeria con Boko Haram, i conflitti in Mali, Niger e Burkina Faso, l’insurrezione in Mozambico (Cabo Delgado), i conflitti nella Repubblica Centrafricana, la guerra in Myanmar, l’instabilità in Afghanistan, le tensioni tra India e Pakistan in Kashmir, i conflitti nelle Filippine e le tensioni nel Caucaso tra Armenia e Azerbaigian.
Tutti questi conflitti hanno qualcosa in comune: l’altro è visto come minaccia per la propria esistenza, come indegno di vivere e di esistere su un territorio, oppure, semplicemente come diverso ed estraneo. All’altro viene imposto uno stigma, attraverso il quale lo si qualifica e per il quale lo si combatte.
Lo stigma (nell’antica Grecia il marchio fisico impresso sugli schiavi per distinguerli dai liberi cittadini) indica una distinzione attraverso cui osserviamo gli altri e le guerre ne sono spesso la conseguenza; lo stigma (dell’appartenenza etnica, religiosa, politica, ecc.) è nemico e soprattutto ostacolo alla pace.
Nell’enciclica Fratelli Tutti si propone una nuova prospettiva sulla pace: «Quanti pretendono di portare la pace in una società non devono dimenticare che l’inequità e la mancanza di sviluppo umano integrale non permettono che si generi pace. In effetti, “senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità’. Se si tratta di ricominciare, sarà sempre a partire dagli ultimi» (Fratelli Tutti, n. 235).
Papa Francesco, per la prima volta, attraverso un grande cambiamento di prospettiva, partendo “semplicemente” dal rapporto che si può (e deve) avere con il prossimo, ossia con la persona vicina, ha mostrato l’importanza della partecipazione dell’individuo alla creazione ed al mantenimento della pace, non più esclusivo appannaggio delle istituzioni.
Il modello che ci viene rappresentato – che impone ad ognuno di noi un grande cambiamento interiore – è quello di osservare l’altro con lo sguardo dell’amore e del rispetto, per lo sviluppo di un sentimento scevro da ogni stigma, che ci porti ad essere attivi costruttori di pace, innanzitutto attraverso il perdono e la riconciliazione. Non a caso, Papa Francesco ha messo l’individuale e il locale al primo posto, mentre il globale per ultimo.
La fraternità, infatti, inizia dal basso: da ogni uomo che incontra l’altro, nel quale riconosce un fratello e la sua dignità di essere umano e che, come tale, non può essere lasciato solo, ai margini. Al contrario, ogniqualvolta gli ultimi vengono relegati nelle periferie (della società, della storia), nulla e nessuno potrà evitare i conflitti che ne conseguiranno, verso i quali le istituzioni, per quanto organizzate e strutturate esse siano, si renderanno infruttuosamente impotenti.
L’elenco dei conflitti contemporanei conferma ancora una volta che la responsabilità della creazione del bene comune e della fraternità interpella ogni persona; la pace non si realizza attraverso mere strutture diplomatiche, ma si edifica quotidianamente mediante comportamenti e relazioni capaci di cancellare stigma che imprimiamo agli altri.
Ma le diseguaglianze sono ancora tante e, sebbene l’alfabetizzazione mondiale (che oggi raggiunge l’86% della popolazione adulta rispetto al 68% del 1970), avrebbe potuto rappresentare una condizione favorevole a un ordine più giusto e pacifico, la persistenza dei conflitti rivela una contraddizione strutturale: l’educazione contemporanea non è ancora sufficientemente orientata allo sviluppo umano integrale e sembra che sia in correlazione positiva con le guerre; sembra che essa riproduca logiche di appartenenza, generalizzazione e, appunto, stigmatizzazione, piuttosto che promuovere l’uso critico e libero del pensiero. In questo modo, le società rimangono esposte a dinamiche di propaganda e a forme di leadership carismatica che evocano modelli arcaici (quasi medioevali) di subordinazione collettiva.
La costruzione della pace attraverso la fraternità implica invece un radicale ripensamento: significa riconoscere che siamo liberi di amare e accogliere l’altro, partendo da relazioni diadiche, fondate sulla reciprocità e sul rispetto. Solo attraverso tale percorso diventa possibile formare giudizi autentici su popoli e individui, e prevenire la degenerazione dei rapporti sociali in conflitti aperti.